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	<title>Commenti per goodwin box</title>
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	<link>http://www.econ-pol.unisi.it/blog</link>
	<description>Blog di analisi, attualità e politica economica a cura del Dipartimento di Economia Politica dell&#039;Università di Siena</description>
	<lastBuildDate>Thu, 24 Mar 2011 17:11:52 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Commenti su E se toccasse ai lavoratori salvare il capitalismo? di Andrea Altieri</title>
		<link>http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2467&#038;cpage=1#comment-863</link>
		<dc:creator>Andrea Altieri</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 17:11:52 +0000</pubDate>
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		<description>&lt;p&gt;Non credo proprio che i lavoratori salveranno il capitalismo. Il capitalismo non può essere salvato e nemmeno arginato. Né dall&#039;alto né dal basso.
Nel suo delirio di onnipotenza, l&#039;uomo ha creato un mostro. Come Frankenstein. E poi ne ha perso il controllo.  
Dopo aver conquistato e devastato la Terra, il capitalismo farà una brutta fine. Non poi tanto diversa da quella dei marziani nella Guerra dei Mondi di H. G. Wells.
Però, non saranno i batteri a divorarlo. Si divorerà da solo.
Non c&#039;è che un modo per fermarlo. Continuare a dargli da mangiare. La sua fame è insaziabile. E mangerà fino a scoppiare.
Speriamo solo che, prima, non divori tutti noi!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<div class="comment-content">
<p>Non credo proprio che i lavoratori salveranno il capitalismo. Il capitalismo non può essere salvato e nemmeno arginato. Né dall&#8217;alto né dal basso.<br />
Nel suo delirio di onnipotenza, l&#8217;uomo ha creato un mostro. Come Frankenstein. E poi ne ha perso il controllo.<br />
Dopo aver conquistato e devastato la Terra, il capitalismo farà una brutta fine. Non poi tanto diversa da quella dei marziani nella Guerra dei Mondi di H. G. Wells.<br />
Però, non saranno i batteri a divorarlo. Si divorerà da solo.<br />
Non c&#8217;è che un modo per fermarlo. Continuare a dargli da mangiare. La sua fame è insaziabile. E mangerà fino a scoppiare.<br />
Speriamo solo che, prima, non divori tutti noi!</p>
</div>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Il prestigio degli economisti e l’insegnamento dell’economia di Massimiliano Vatiero</title>
		<link>http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2274&#038;cpage=1#comment-862</link>
		<dc:creator>Massimiliano Vatiero</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Mar 2011 14:54:42 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2274#comment-862</guid>
		<description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Introduzione all&#039;economia politica. Le dinamiche del capitalismo&lt;/em&gt;
Bowles, Samuel, Edwards, Richard, Roosevelt, Frank
1st Edition., 2011, X, 270 pagg. 30 figg., Brossura
ISBN: 978-88-470-1669-9

&lt;strong&gt;Disponibile
&lt;/strong&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.springer.com/economics/policy/book/978-88-470-1669-9&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;QUI&lt;/a&gt;</description>
		<content:encoded><![CDATA[<div class="comment-content">
<p><em>Introduzione all&#8217;economia politica. Le dinamiche del capitalismo</em><br />
Bowles, Samuel, Edwards, Richard, Roosevelt, Frank<br />
1st Edition., 2011, X, 270 pagg. 30 figg., Brossura<br />
ISBN: 978-88-470-1669-9</p>
<p><strong>Disponibile<br />
</strong><br />
<a href="http://www.springer.com/economics/policy/book/978-88-470-1669-9" rel="nofollow">QUI</a></p>
</div>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su All’università c&#8217;è chi lascia e chi rilancia di Massimo D'Antoni</title>
		<link>http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2536&#038;cpage=1#comment-861</link>
		<dc:creator>Massimo D'Antoni</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 10:14:25 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2536#comment-861</guid>
		<description>&lt;p&gt;L&#039;assunto implicito della politica di incoraggiamento ad aprire sedi decentrate è che questo avrebbe aumentato il numero di studenti e di laureati ad un costo inferiore rispetto al sostegno dei fuori sede. (Per inciso, la leggenda che è passata è che il proliferare delle sedi periferiche sia stato una sorta di trucchetto delle università per aumentare i posti, ma sappiano che è una versione molto parziale, perché c&#039;era un chiaro indirizzo dall&#039;alto in questo senso). 
Ho sempre pensato il contrario: sono convinto che costi di meno sussidiare i viaggi e l&#039;alloggio degli studenti che tenere aperta una sede decentrata, e oltre a costare di meno si offre agli studenti un&#039;esperienza molto più formativa. Ma credo che su questo abbia giocato molto la volontà degli enti locali, per cui la amministrazioni e le imprese della provincia X sono disposte a sborsare fior di quattrini per avere la propria piccola sede decentrata, ma non altrettanti per finanziare borse di studio per gli studenti locali che vanno a studiare fuori sede.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<div class="comment-content">
<p>L&#8217;assunto implicito della politica di incoraggiamento ad aprire sedi decentrate è che questo avrebbe aumentato il numero di studenti e di laureati ad un costo inferiore rispetto al sostegno dei fuori sede. (Per inciso, la leggenda che è passata è che il proliferare delle sedi periferiche sia stato una sorta di trucchetto delle università per aumentare i posti, ma sappiano che è una versione molto parziale, perché c&#8217;era un chiaro indirizzo dall&#8217;alto in questo senso).<br />
Ho sempre pensato il contrario: sono convinto che costi di meno sussidiare i viaggi e l&#8217;alloggio degli studenti che tenere aperta una sede decentrata, e oltre a costare di meno si offre agli studenti un&#8217;esperienza molto più formativa. Ma credo che su questo abbia giocato molto la volontà degli enti locali, per cui la amministrazioni e le imprese della provincia X sono disposte a sborsare fior di quattrini per avere la propria piccola sede decentrata, ma non altrettanti per finanziare borse di studio per gli studenti locali che vanno a studiare fuori sede.</p>
</div>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su All’università c&#8217;è chi lascia e chi rilancia di Filippo Belloc</title>
		<link>http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2536&#038;cpage=1#comment-860</link>
		<dc:creator>Filippo Belloc</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 09:52:06 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2536#comment-860</guid>
		<description>&lt;p&gt;Ringrazio Massimo per il commento. Che gli studenti fuori sede abbandonino di meno non è sorprendente (credo anch’io che si autoselezionino), ma non è un risultato scontato: gli studenti fuori sede (o le loro famiglie) potrebbero essere più sensibili ad un cattivo rendimento dello studente (dopotutto studiare in un’altra città costa), e dunque ritirarsi facilmente dallo studio qualora la performance dell’individuo, in termini di esami e voti, sia inferiore a quanto ci aspettava. Quello che osserviamo è che questo non succede.

Detto questo, l’implicazione di policy potrebbe essere su due fronti. 
Da un lato investire in strutture per studenti fuori sede. Non è detto che ciò attragga anche “cattivi” studenti. Possiamo ipotizzare infatti che gli studenti fuori sede si autoselezionino, ma non sappiamo se i fuori sede siano tutti i potenziali “bravi” studenti; ce ne potrebbero essere altri che non si sono auto selezionati perché non hanno ancora la capacità finanziaria di spostarsi in un’altra città. L’implicazione qui è abbassare il costo dello studio per i fuori sede (ad esempio con più strutture di accoglienza). 
D’altro canto, decentrare le università (seconda possibile implicazione, sempre rivolta alla diminuzione del costo dello studio) potrebbe essere un overshooting, perché sicuramente si porterebbero all’università studenti non motivati (cioè potenziali fuori sede – che non si sarebbero altrimenti auto selezionati – e che ora rimangono in sede). 
Cioè se il punto di equilibrio è quello in cui studenti in sede e fuori sede hanno la stessa probabilità di abbandono, io direi che il costo effettivo dell’università per i fuori sede dovrebbe/potrebbe essere abbassato ancora (ma non troppo, attraverso il decentramento).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<div class="comment-content">
<p>Ringrazio Massimo per il commento. Che gli studenti fuori sede abbandonino di meno non è sorprendente (credo anch’io che si autoselezionino), ma non è un risultato scontato: gli studenti fuori sede (o le loro famiglie) potrebbero essere più sensibili ad un cattivo rendimento dello studente (dopotutto studiare in un’altra città costa), e dunque ritirarsi facilmente dallo studio qualora la performance dell’individuo, in termini di esami e voti, sia inferiore a quanto ci aspettava. Quello che osserviamo è che questo non succede.</p>
<p>Detto questo, l’implicazione di policy potrebbe essere su due fronti.<br />
Da un lato investire in strutture per studenti fuori sede. Non è detto che ciò attragga anche “cattivi” studenti. Possiamo ipotizzare infatti che gli studenti fuori sede si autoselezionino, ma non sappiamo se i fuori sede siano tutti i potenziali “bravi” studenti; ce ne potrebbero essere altri che non si sono auto selezionati perché non hanno ancora la capacità finanziaria di spostarsi in un’altra città. L’implicazione qui è abbassare il costo dello studio per i fuori sede (ad esempio con più strutture di accoglienza).<br />
D’altro canto, decentrare le università (seconda possibile implicazione, sempre rivolta alla diminuzione del costo dello studio) potrebbe essere un overshooting, perché sicuramente si porterebbero all’università studenti non motivati (cioè potenziali fuori sede – che non si sarebbero altrimenti auto selezionati – e che ora rimangono in sede).<br />
Cioè se il punto di equilibrio è quello in cui studenti in sede e fuori sede hanno la stessa probabilità di abbandono, io direi che il costo effettivo dell’università per i fuori sede dovrebbe/potrebbe essere abbassato ancora (ma non troppo, attraverso il decentramento).</p>
</div>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su All’università c&#8217;è chi lascia e chi rilancia di Massimo D'Antoni</title>
		<link>http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2536&#038;cpage=1#comment-859</link>
		<dc:creator>Massimo D'Antoni</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 09:27:55 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2536#comment-859</guid>
		<description>&lt;p&gt;Il minor tasso di abbandono degli studenti fuori sede non mi sembra affatto sorprendente.  Si tratta di studenti che hanno in partenza una maggiore motivazione a proseguire gli studi e le cui famiglie investono di più. Si tratta cioè di studenti già selezionati, molto di più di chi si iscrive avendo l&#039;università sotto casa.
Sarei molto cauto dunque nel trarre da questo dato implicazioni di policy. È ragionevole infatti pensare che aumentando il costo della frequenza universitaria (cosa che sta avvenendo chiudendo le sedi decentrate) si riduce il numero di abbandoni, ma anche il numero degli iscritti. D&#039;altra parte, rendendo più accessibile lo studio fuori sede (cosa che sarebbe &lt;em&gt;in sé&lt;/em&gt; desiderabile per diversi motivi) si spingerebbero a questa scelta studenti meno motivati in partenza, e quindi aumenterebbe presumibilmente il tasso di abbandono entro questa categoria di studenti.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<div class="comment-content">
<p>Il minor tasso di abbandono degli studenti fuori sede non mi sembra affatto sorprendente.  Si tratta di studenti che hanno in partenza una maggiore motivazione a proseguire gli studi e le cui famiglie investono di più. Si tratta cioè di studenti già selezionati, molto di più di chi si iscrive avendo l&#8217;università sotto casa.<br />
Sarei molto cauto dunque nel trarre da questo dato implicazioni di policy. È ragionevole infatti pensare che aumentando il costo della frequenza universitaria (cosa che sta avvenendo chiudendo le sedi decentrate) si riduce il numero di abbandoni, ma anche il numero degli iscritti. D&#8217;altra parte, rendendo più accessibile lo studio fuori sede (cosa che sarebbe <em>in sé</em> desiderabile per diversi motivi) si spingerebbero a questa scelta studenti meno motivati in partenza, e quindi aumenterebbe presumibilmente il tasso di abbandono entro questa categoria di studenti.</p>
</div>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Prezzo giusto per l’energia? di Alessandro Rubino</title>
		<link>http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2516&#038;cpage=1#comment-858</link>
		<dc:creator>Alessandro Rubino</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jan 2011 19:26:36 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2516#comment-858</guid>
		<description>&lt;p&gt;Leggendo il post mi sono venute in mente un paio di riflessioni che vorrei condividere con voi.

•	La prima circa la formazione dei prezzi al consumo nella fase pre-riforme. Si trattava nella gran parte dei casi di prezzi determinati da valutazioni economiche e di merito politico-amministrativo del ministero competente, spesso prese di concerto con il monopolista pubblico operante nel settore. E sovente i confini tra l&#039;uno e l&#039;altro non erano molto netti. Ci trovavamo in pratica di fronte a prezzi amministrati che non avevano (necessariamente) una connessione diretta con il valore effettivo del servizio fornito al consumatore. Spesso si trattava di prezzi tenuti artificialmente bassi (almeno per alcune categorie di consumatori)e quindi che non riflettevano in alcun modo il valore di mercato dell&#039;elettricità o del gas trasmessa al consumatore finale.
•	E’ fin troppo banale sottolineare che le riforme possono condurre ad un aumento dell’efficienza del settore, quando vengono fatte in maniera appropriata, oppure no. E quindi un processo di apertura del  mercato  ispirato alla medesima direttiva comunitaria può produrre effetti completamente diversi a seconda delle condizioni esistenti nel settore in partenza. E la frammentazione del mercato energetico europeo ne è una prova. Quindi parlare di riforme tout court mi pare almeno sommario. Di quali riforme parliamo? Che tipo di marcato esiste nei paesi considerati?

Venendo alle implicazioni che queste brevi considerazioni suggeriscono rispetto ai risultati del paper:
1.	Il prezzo del gas e dell’energia elettrica pre e post riforme non misurano la stessa cosa.
I secondi dovrebbero rifletter il valore della fornitura determinatasi sul mercato. Lo stesso non si può dire per i primi. E mentre la natura e la struttura del mercato del gas si sono modificati in maniera marginale , il mercato elettrico è stato completamente rivoluzionato a seguito della liberalizzazione. Mi aspetterei di osservare un significativo break strutturale nell’andamento dei prezzi nel periodo di tempo che và dal 1990 in poi (almeno un UK). Le divergenze tra i“fondamentali economici” sottostanti i prezzi dell’energia dovrebbe aumentare man mano che il processo di liberalizzazione diviene più completo.
2.	Di conseguenza la seconda conclusione non mi stupisce affatto. Il consumatore che usufruisce di sussidi incrociati, viene evidentemente penalizzato quando questi sussidi cessano di esistere. Nella fase post riforma il consumatore non è più isolato dalle dinamiche del mercato energetico.

Più in generale vorrei richiamare l’attenzione sulla considerazioni finali del post. Gli autori rilevano come la commissione fosse “ generalmente neutrale rispetto alla scelta di un assetto proprietario pubblico o private”, per poi concludere che il paradigma privato = maggiore efficienza sia da rigettare. A parte la mancanza di connessione logica tra queste due affermazioni (esiste o no questo paradigma?) sarebbe utile forse sottolineare che la natura dell’assetto proprietario non è mai stato un carattere essenziale delle riforme proposte, e andrebbe forse ricordato che gran parte delle privatizzazioni sono state effettuate per ragioni di stabilità macroeconomica (= per fare cassa) piuttosto che per motivi di efficienza.
Infine segnalo come l’azionista di maggioranza della quasi totalità dei maggiori operatori del settore energetico europeo siano enti pubblici (ENEL; EDF; TERNA; ENI; RTE; E.ON etc.etc.) che tra l&#039;altro procedono ad acquisizioni di concorrenti (magari privati) un pò ovunque in giro per il mondo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<div class="comment-content">
<p>Leggendo il post mi sono venute in mente un paio di riflessioni che vorrei condividere con voi.</p>
<p>•	La prima circa la formazione dei prezzi al consumo nella fase pre-riforme. Si trattava nella gran parte dei casi di prezzi determinati da valutazioni economiche e di merito politico-amministrativo del ministero competente, spesso prese di concerto con il monopolista pubblico operante nel settore. E sovente i confini tra l&#8217;uno e l&#8217;altro non erano molto netti. Ci trovavamo in pratica di fronte a prezzi amministrati che non avevano (necessariamente) una connessione diretta con il valore effettivo del servizio fornito al consumatore. Spesso si trattava di prezzi tenuti artificialmente bassi (almeno per alcune categorie di consumatori)e quindi che non riflettevano in alcun modo il valore di mercato dell&#8217;elettricità o del gas trasmessa al consumatore finale.<br />
•	E’ fin troppo banale sottolineare che le riforme possono condurre ad un aumento dell’efficienza del settore, quando vengono fatte in maniera appropriata, oppure no. E quindi un processo di apertura del  mercato  ispirato alla medesima direttiva comunitaria può produrre effetti completamente diversi a seconda delle condizioni esistenti nel settore in partenza. E la frammentazione del mercato energetico europeo ne è una prova. Quindi parlare di riforme tout court mi pare almeno sommario. Di quali riforme parliamo? Che tipo di marcato esiste nei paesi considerati?</p>
<p>Venendo alle implicazioni che queste brevi considerazioni suggeriscono rispetto ai risultati del paper:<br />
1.	Il prezzo del gas e dell’energia elettrica pre e post riforme non misurano la stessa cosa.<br />
I secondi dovrebbero rifletter il valore della fornitura determinatasi sul mercato. Lo stesso non si può dire per i primi. E mentre la natura e la struttura del mercato del gas si sono modificati in maniera marginale , il mercato elettrico è stato completamente rivoluzionato a seguito della liberalizzazione. Mi aspetterei di osservare un significativo break strutturale nell’andamento dei prezzi nel periodo di tempo che và dal 1990 in poi (almeno un UK). Le divergenze tra i“fondamentali economici” sottostanti i prezzi dell’energia dovrebbe aumentare man mano che il processo di liberalizzazione diviene più completo.<br />
2.	Di conseguenza la seconda conclusione non mi stupisce affatto. Il consumatore che usufruisce di sussidi incrociati, viene evidentemente penalizzato quando questi sussidi cessano di esistere. Nella fase post riforma il consumatore non è più isolato dalle dinamiche del mercato energetico.</p>
<p>Più in generale vorrei richiamare l’attenzione sulla considerazioni finali del post. Gli autori rilevano come la commissione fosse “ generalmente neutrale rispetto alla scelta di un assetto proprietario pubblico o private”, per poi concludere che il paradigma privato = maggiore efficienza sia da rigettare. A parte la mancanza di connessione logica tra queste due affermazioni (esiste o no questo paradigma?) sarebbe utile forse sottolineare che la natura dell’assetto proprietario non è mai stato un carattere essenziale delle riforme proposte, e andrebbe forse ricordato che gran parte delle privatizzazioni sono state effettuate per ragioni di stabilità macroeconomica (= per fare cassa) piuttosto che per motivi di efficienza.<br />
Infine segnalo come l’azionista di maggioranza della quasi totalità dei maggiori operatori del settore energetico europeo siano enti pubblici (ENEL; EDF; TERNA; ENI; RTE; E.ON etc.etc.) che tra l&#8217;altro procedono ad acquisizioni di concorrenti (magari privati) un pò ovunque in giro per il mondo.</p>
</div>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su E se toccasse ai lavoratori salvare il capitalismo? di Emanuele Felice</title>
		<link>http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2467&#038;cpage=1#comment-857</link>
		<dc:creator>Emanuele Felice</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jan 2011 10:46:47 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2467#comment-857</guid>
		<description>&lt;p&gt;Mi piace molto la direzione che sta prendendo questa discussione.

Il punto secondo me è recuperare l’internazionalismo. A tutti i livelli. Su quello politico-istituzionale, senz’altro attraverso una maggiore integrazione dell’Unione Europea, ma non solo.

Poi c’è l’internazionalismo dei sindacati e de partiti di sinistra, che a me sembra purtroppo del tutto assente, anche solo sul piano delle “coscienze”. Sarebbe bello, ad esempio, un partito della sinistra europea (o perché no, mondiale?) basato sulla libera adesione dei singoli cittadini... e non come è oggi, in cui i partiti europei sono solo una somma dei singoli partiti nazionali. Del resto anche per fare l’Europa politica e riformare i meccanismi di governance dell’Onu, ci vuole un soggetto politico e sociale che se ne faccia carico, le cose non vengono da sé.
C’era una volta l’Internazionale dei Lavoratori...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<div class="comment-content">
<p>Mi piace molto la direzione che sta prendendo questa discussione.</p>
<p>Il punto secondo me è recuperare l’internazionalismo. A tutti i livelli. Su quello politico-istituzionale, senz’altro attraverso una maggiore integrazione dell’Unione Europea, ma non solo.</p>
<p>Poi c’è l’internazionalismo dei sindacati e de partiti di sinistra, che a me sembra purtroppo del tutto assente, anche solo sul piano delle “coscienze”. Sarebbe bello, ad esempio, un partito della sinistra europea (o perché no, mondiale?) basato sulla libera adesione dei singoli cittadini&#8230; e non come è oggi, in cui i partiti europei sono solo una somma dei singoli partiti nazionali. Del resto anche per fare l’Europa politica e riformare i meccanismi di governance dell’Onu, ci vuole un soggetto politico e sociale che se ne faccia carico, le cose non vengono da sé.<br />
C’era una volta l’Internazionale dei Lavoratori&#8230;</p>
</div>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su E se toccasse ai lavoratori salvare il capitalismo? di Luigi Bosco</title>
		<link>http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2467&#038;cpage=1#comment-856</link>
		<dc:creator>Luigi Bosco</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jan 2011 18:07:55 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2467#comment-856</guid>
		<description>&lt;p&gt;Le battute a volte son facili e a volte indice di faciloneria. Il tema del post era semplice e magari semplicistico. Finora il sistema economico-sociale che chiamiamo capitalismo ha camminato su due gambe: quella economica (mercato e competizione) e quella politico istituzionale. Il post sosteneva la tesi che entrambe avessero svolto un ruolo essenziale nella diffusione e nel successo di questo sistema. E&#039; innegabile che la globalizzazione ha stretto in una tagliola la gamba politico-istituzionale determinando una profonda mutazione del capitalismo, con effetti maggiori per i piccoli paesi come l&#039;Italia. Dove questo ci condurrà, io non lo so bene; ma non sono per niente ottimista. 
Questo non significa, ovviamente, che tutti i processi di agglomerazione e ricollocazione industriale siano figli della stessa logica.
Ha ragione Fabio, io non dispongo di ricette. Condivido i suoi giudizi sulla pochezza dei &quot;capitalisti italiani&quot;, ma non ritengo che la questione fondamentale sia il rapporto di lavoro subordinato. Veramente pensiamo che la catena di montaggio e i suoi ritmi siano meno pesanti se il proprietario è lo stato o una cooperativa di 50.000 soci? E poi alla fine il presidente eletto della cooperativa, che so Marchionnecoop, non potrebbe fare le stesse proposte di Marchionne, e l&#039;assemblea dei soci approvarle, come hanno fatto i lavoratori al referendum ? 
L&#039;unica strada è far funzionare di nuovo la gamba politico-istituzionale.
E giusto per dimostrare che pecco anch&#039;io di faciloneria vi dico che la migliore proposta di politica economica che mi viene in mente è la seguente: il prossimo presidente della commissione europea sia eletto direttamente dal popolo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<div class="comment-content">
<p>Le battute a volte son facili e a volte indice di faciloneria. Il tema del post era semplice e magari semplicistico. Finora il sistema economico-sociale che chiamiamo capitalismo ha camminato su due gambe: quella economica (mercato e competizione) e quella politico istituzionale. Il post sosteneva la tesi che entrambe avessero svolto un ruolo essenziale nella diffusione e nel successo di questo sistema. E&#8217; innegabile che la globalizzazione ha stretto in una tagliola la gamba politico-istituzionale determinando una profonda mutazione del capitalismo, con effetti maggiori per i piccoli paesi come l&#8217;Italia. Dove questo ci condurrà, io non lo so bene; ma non sono per niente ottimista.<br />
Questo non significa, ovviamente, che tutti i processi di agglomerazione e ricollocazione industriale siano figli della stessa logica.<br />
Ha ragione Fabio, io non dispongo di ricette. Condivido i suoi giudizi sulla pochezza dei &#8220;capitalisti italiani&#8221;, ma non ritengo che la questione fondamentale sia il rapporto di lavoro subordinato. Veramente pensiamo che la catena di montaggio e i suoi ritmi siano meno pesanti se il proprietario è lo stato o una cooperativa di 50.000 soci? E poi alla fine il presidente eletto della cooperativa, che so Marchionnecoop, non potrebbe fare le stesse proposte di Marchionne, e l&#8217;assemblea dei soci approvarle, come hanno fatto i lavoratori al referendum ?<br />
L&#8217;unica strada è far funzionare di nuovo la gamba politico-istituzionale.<br />
E giusto per dimostrare che pecco anch&#8217;io di faciloneria vi dico che la migliore proposta di politica economica che mi viene in mente è la seguente: il prossimo presidente della commissione europea sia eletto direttamente dal popolo.</p>
</div>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su E se toccasse ai lavoratori salvare il capitalismo? di Fabio Petri</title>
		<link>http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2467&#038;cpage=1#comment-855</link>
		<dc:creator>Fabio Petri</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jan 2011 12:19:09 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2467#comment-855</guid>
		<description>&lt;p&gt;Il commento di Luigi così come la lettera dei 50 economisti restano poco soddisfacenti nelle proposte su cosa fare di alternativo rispetto a quanto propone marchionne (che tra l&#039;altro è del tutto non affidabile giacché non vi sono sanzioni qualora lui non rispetti le promesse).
Quello che bisogna proporre è che la Fiat venga nazionalizzata - tra l&#039;altro ora come ora con un esame serio della sua situazione non varrebbe molto - e lo stato si preoccupi di farla diventare leader mondiale nell&#039;innovazione ecologica, e la usi inoltre per sperimentare nuove forme di gestione come cooperativa. Come per le banche si può poi pensare a riprivatizzazioni - nella forma di cooperativa, suggerirei io. E&#039; ora di smatterla di ritenere che gli interessi privati di proprietari siano sempre la cosa migliore per la società. I proprietari sono prontissimi a svuotare e distruggere un&#039;impresa se questo permette loro di impossessarsi di milioni. D&#039;altro canto che la proprietà privata sia migliiore di quella pubblica è un mito da sfatare, ricordiamo che la Volkswagen è stata a lungo del tutto pubblica e conserva una rilevante presenza pubblica, idem per la Renault se ricordo bene - e confrontiamo questo con Rovelli, Monti, Gardini, Tanzi.
Fabio Petri</description>
		<content:encoded><![CDATA[<div class="comment-content">
<p>Il commento di Luigi così come la lettera dei 50 economisti restano poco soddisfacenti nelle proposte su cosa fare di alternativo rispetto a quanto propone marchionne (che tra l&#8217;altro è del tutto non affidabile giacché non vi sono sanzioni qualora lui non rispetti le promesse).<br />
Quello che bisogna proporre è che la Fiat venga nazionalizzata &#8211; tra l&#8217;altro ora come ora con un esame serio della sua situazione non varrebbe molto &#8211; e lo stato si preoccupi di farla diventare leader mondiale nell&#8217;innovazione ecologica, e la usi inoltre per sperimentare nuove forme di gestione come cooperativa. Come per le banche si può poi pensare a riprivatizzazioni &#8211; nella forma di cooperativa, suggerirei io. E&#8217; ora di smatterla di ritenere che gli interessi privati di proprietari siano sempre la cosa migliore per la società. I proprietari sono prontissimi a svuotare e distruggere un&#8217;impresa se questo permette loro di impossessarsi di milioni. D&#8217;altro canto che la proprietà privata sia migliiore di quella pubblica è un mito da sfatare, ricordiamo che la Volkswagen è stata a lungo del tutto pubblica e conserva una rilevante presenza pubblica, idem per la Renault se ricordo bene &#8211; e confrontiamo questo con Rovelli, Monti, Gardini, Tanzi.<br />
Fabio Petri</p>
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		<title>Commenti su E se toccasse ai lavoratori salvare il capitalismo? di Massimo D'Antoni</title>
		<link>http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2467&#038;cpage=1#comment-854</link>
		<dc:creator>Massimo D'Antoni</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jan 2011 10:50:03 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2467#comment-854</guid>
		<description>&lt;p&gt;Gigi, &lt;a href=&quot;http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/327753/&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;Peppino Caldarola sul Riformista&lt;/a&gt; la pensa più o meno come te.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<div class="comment-content">
<p>Gigi, <a href="http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/327753/" rel="nofollow">Peppino Caldarola sul Riformista</a> la pensa più o meno come te.</p>
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