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  • Politiche anti-crisi: un “supermoltiplicatore” nelle economie ad alta intensità di conoscenza?   di Ugo Pagano


    Un lungo periodo di dominio neo-liberista sta volgendo al termine. Sfortunatamente, è una difficile crisi economica a spazzarlo via, e non la fine dell’inerzia di un’economia accademica basata sul sistema delle citazioni incrociate. Alcune “vecchie teorie” (considerate dei paria accademici fino ad un paio di mesi fa) offrono il principale quadro intellettuale per le politiche di contrasto alla crisi. La rivalutazione di teorie e di politiche passate offre certamente un’utile base per ripartire. Tuttavia, nel suggerire delle politiche anti-crisi, non si dovrebbero ignorare quanto è cambiata l’economia rispetto agli anni Trenta. A quel tempo, l’attenzione delle politiche orientate a stimolare la domanda aggregata era rivolta principalmente alle infrastrutture tradizionali: ponti, strade, ecc. In una moderna economia basata sulla conoscenza, l’orientamento dovrebbe essere differente. Le politiche dovrebbero sfruttare le nuove opportunità che le economie contemporanee offrono alle misure di tipo keynesiano.

    I diritti di proprietà intellettuale (Intellectual Property Rights, IPR) possono essere causa di stagnazione economica. I prezzi di monopolio restringono la produzione. La corsa ad acquisire monopoli può inizialmente stimolare gli investimenti ma, dopo un po’, lo stimolo è progressivamente compensato dalla paura che l’uso di nuova conoscenza possa essere bloccato da monopoli esistenti su conoscenze complementari pregresse (la cosiddetta tragedia degli anticommons). Inoltre, gli IPR comportano un assetto asimmetrico tra paesi ricchi e paesi poveri. Mentre i paesi in via di sviluppo esportano i loro beni in condizioni concorrenziali, molte imprese dei paesi del primo mondo possono vendere beni ad alto contenuto di conoscenza sotto lo scudo protettivo degli IPR. Nonostante siano presentati come un ingrediente necessario per il libero commercio, gli IPR offrono una protezione più forte della più forte tariffa protezionistica. Garantiscono una protezione totale non solo nel mercato domestico ma anche in ogni altro mercato nel mondo. Analogamente a tariffe doganali e altre forme di protezionismo, possono solo contribuire a peggiorare la crisi economica.

    Anche se la crisi si è originata nel settore finanziario, è probabile che le istituzioni in essere nell’economia ad alta intensità di conoscenza possano diventare una delle cause di una stagnazione prolungata. Allo stesso tempo, l’economia ad alta intensità di conoscenza offre grandi opportunità per politiche keynesiane efficaci. Invece di essere utilizzata per nazionalizzare in modo inefficiente le imprese che producono beni privati, le politiche keynesiane potrebbero essere usate per diminuire il grado di monopolizzazione della conoscenza e trasferire in modo efficiente conoscenza dalla sfera privata a quella pubblica. Il WTO, che ha contribuito a rendere più conveniente la proprietà intellettuale privata, dovrebbe essere bilanciato dall’istituzione di una forte WRO (World Research Organization) che renda possibile una proprietà intellettuale pubblica laddove essa può meglio contribuire allo sviluppo globale. E’ giunto il momento di accettare anche a livello politico che la conoscenza è un bene “non-rivale” che dovrebbe essere trattato come la più preziosa e specifica risorsa collettiva dell’umanità. Come nella vivida immagina di Jefferson, la conoscenza è come la fiamma della candela: accendere una nuova candela non diminuisce la fiamma delle candele già accese. Al contrario, consentire ad altri di contribuire al fuoco accresce la luce di ciascuna candela!

    Le misure anti-crisi dovrebbero includere il finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca. Questo finanziamento dovrebbe essere coordinato a livello sovranazionale per evitare problemi di free-riding tra paesi, che al momento stanno restringendo lo sviluppo degli investimenti in ricerca pubblica. Inoltre, cosa ancora più importante nella crisi presente, il finanziamento può prendere immediatamente la forma di un’acquisizione pubblica di diritti di proprietà intellettuale di valore consolidato dalle imprese private. L’effetto di queste politiche dovrebbe andare ben oltre quello determinato da molte delle misure proposte per fare fronte alla crisi.

    In primo luogo, l’acquisizione non comporta la nazionalizzazione dell’impresa o l’uso di denaro dei contribuenti senza contropartita. Al contrario, l’IPR è pagato ad un prezzo corrispondente al suo valore privato ma viene trasferito all’arena pubblica dove ha un valore molto maggiore e può ridurre i costi di produzione di molti produttori.

    In secondo luogo, si garantisce sostegno finanziario a quelle imprese che si sono mostrate più innovative. Un forte stimolo per nuovi investimenti viene dato su due fronti alle imprese più efficienti. Da una parte tali imprese ricevono nuovi fondi, dall’altra, avendo venduto i vecchi diritti di proprietà intellettuale, affrontano una competizione più dura. Pertanto, esse avranno un forte incentivo ad investire in innovazione stimolando così la domanda aggregata.

    In terzo luogo, un prezzo di monopolio viene sostituito da un più basso prezzo concorrenziale, e anche questo ha un effetto positivo sulla domanda aggregata.

    Infine, viene alleviato il problema degli “anti-commons” di cui si diceva; ciascuno può ora investire in nuova conoscenza con la consapevolezza che è meno probabile che la conoscenza pregressa complementare necessaria per beneficiare dell’innovazione sia posseduta da altre imprese. La politica suggerita diminuisce il costo del rischio delle transazioni future necessarie ad utilizzare i frutti dell’attività innovativa. Dunque, se da una parte i fondi vengono immediatamente trasferiti alle imprese che sono state più innovative in passato, che spesso appartengono ai paesi più ricchi, dall’altra l’aumento della conoscenza liberamente disponibile per tutti ha effetti diffusi e contribuisce allo sviluppo complessivo dell’economia mondiale.

    Gli effetti moltiplicativi che abbiamo indicato vanno ben oltre quelli tradizionalmente associati alle canoniche politiche keynesiane; gli effetti totali sono più forti sia sul lato domanda che in termini di aumento di efficienza dell’economia.

    In un’economia ad alta intensità di conoscenza potrebbe essere possibile far funzionare un “super-moltiplicatore” degli investimenti.

14 commenti

  • Giulio Zanella scrive:
    Ho gia’ commentato privatamente questo pezzo, e ribadisco il mio punto.
    Quello che suggerisci ricorda il suggerimento di Maria Antonietta: non hanno piu’ pane? Dategli briosche.
    Mi spiego:  la crisi corrente, per come la vedo io, e’ tutt’ora una profonda crisi creditizia. Dire che possiamo risolvere le cose liberalizzando gli IPR mi pare proporre una soluzione di lusso (i cui effetti sono peraltro del tutto incerti sul piano quantitativo) a un problema di base.
    Sono in piena sintonia con la tua visione degli IPR e la necessita’ di attenuarne gli effetti perversi, di fatto, in un modo o nell’altro. Ma il nesso con la crisi mi pare tenue. Anche come politica della domanda, ripeto, bisogna prima quantificare gli effetti delle misure che suggerisci per poterla prendere seriamente in considerazione

  • Ugo Pagano scrive:

    Per la verità al settore creditizio stanno dando sia il pane che le  briosche e non credo che convenga fare poi mancare entrambi a coloro che le banche avrebbero dovuto servire.
    La crisi finanziaria é importante perché ha effetti sulla economia reale ed é su quella che bisogna, a questo punto, direttamente intervenire tenendo conto delle caratteristiche essa attualmente ha. 
    Si tratta di agire in modo diverso da Maria Antonietta e non di riproporla in versione peggiorata offrendo ai nobili , per far fronte alla fame del popolo, sia il pane che le briosche.

  • La proposta è veramente molto interessante. Si tratterebbe di una spesa una tantum con effetti espansivi che determinerebbe un aumento di efficienza. Una politica sia demand che supply side.
    Il dubbio principale riguarda come selezionare i brevetti da acquistare e porre nel pubblico dominio, e come determinarne il prezzo. Il rischio è che i governi si trovino ad acquistare dei “bidoni”, brevetti ormai esausti o di fatto superati.
    Altra considerazione riguarda il fatto che gli spillover positivi andrebbero ben oltre i confini nazionali, e dunque nessun governo singolarmente avrebbe incentivo ad attuare tale politica.

  • Ugo Pagano scrive:

    Certo l’istituzione di un effettivo WRO richiederebbe per lo meno lo stesso coordinamento che é stato necessario per fondare il WTO.
     Il rischio di bidoni é reale e bisognerebbe estrarre informazioni non tanto dai detentori dei brevetti quanto soprattutto dai potenziali utilizzatori.

  • Stefano Zamagni scrive:

    La proposta avanzata merita attenta considerazione, anche per i risvolti terorici che essa contiene  e che vanno al di là della prospettiva anticongiunturale. Qui di seguito un paio di osservazioni a supporto della medesima.
    a) la conoscenza è assai piu’ di un ben non-rivale. In effetti essa è un bene anti-rivale e ciò nel senso che più la si diffonde, piu’ essa aumenta. La sua natura economica è quella dei beni relazionali piuttosto che quella dei beni quasi pubblici ovvero dei beni di club. E’ proprio grazie a tale caratteristica che può funzionare il supermoltiplicatore.
    b) affinché la proposta possa prendere le ali è necessario risolvere il problema dell’assetto istituzionale: come evitare di dare vita ad una struttura burocratica transnazionale che divori più risorse di quante ne liberi. Inoltre, occorre scongiurare il rischio di fenomeni distorsivi che aggraverebbero la condizione dei paesi o delle aree più arretrate del pianeta (un’analogia, a mo’ di chiarimento del punto: i fondi sovrani sono pubblici, ma non garantiscono affatto che i problemi di free-riding vengano risolti). La mia idea è qualla di utilizzare una qualche versione del modello cooperativo. Il processo cooperativo è assai più adatto del processo capitalistico quando si ha a che fare con beni anti-rivali. Non è difficile darsene conto. Penso all’esperienza dei cosidetti “forum tematici” che sono nati sull’onda degli open-source software e degli user-generated contents. L’utilizzo della conoscenza è pubblico, ma la gestione è “privata”. E’ in ciò il segreto del civile come terza dimensione dell’economico rispetto al pubblico e al privato. Ma la teoria economica mainstream non riesce a vedere il civile: un ente o è pubblico o è privato; un’iniziativa o è pubblica o è privata. Ma una società, al pari di un tavolo, non sta in piedi su due gambe soltanto: ci vuole la terza gamba. Grave è la responsabilità di quegli economisti che, grazie al perverso “sistema delle citazioni incrociate”, non consentono ai più giovani studiosi di osare vie nuove per risolvere problemi quali quello sollevato da Ugo Pagano.

  • Ugo Pagano scrive:

    Pienamente d’accordo sul punto (a). 
    Il termine “anti-rivale”, anche se non diffuso nella letteratura é certamente più appropriato del termine “non-rivale”. 
    Il punto (b) merita una attenta riflessione. 
    Penso che un funding sovra-nazionale della ricerca sia opportuno per evitare problemi di free-riding ma che, come suggerisce Stefano Zamagni, questo dovrebbe anche accompagnarsi allo sviluppo di una società civile internazionale.  Fenomeni come il GPL (la general public licence che garantisce lo sviluppo e la diffusione  del software open-source) sembrano coniugare un sistema sovranazionale di diritti legali pubblici con una società civile globale.
    Infine vorrei precisare che i fondi sovrani non costituiscono, per loro natura, un funding internazionale ma uno marcatamente nazionale (pubblico solo in questo senso limitato). Sono, quindi, inadatti a finanziare un “global common” come la conoscenza evitando problemi di free-riding. Nel caso della conoscenza il “pubblico nazionale” porta al free-riding ed é necessario un “pubblico sovranazionale”.

  • Marcello De Cecco scrive:

    Molto interessante. Forse varrebbe la pena tradurre in inglese e far firmare au un gruppo di economisti di vari paesi e poi mandare al FT e altri giornali di vari paesi.
    Ho un solo punto che vorrei che tu mi chiarissi: come si stabilisconoi prezzi di vendita di questi IPR dai privati all’agenzia internazionale? Non mi pare che ci siano prezzi di mercato…

  • Ugo Pagano scrive:

    Come sostiene anche Massimo D’Antoni, il problema del pricing é di non facile soluzione.  
    Avrei solo due osservazioni preliminari.
    a) in equilibrio:
     si tratta di trovare un valore (di poco) superiore al prezzo di monopolio del detentore di brevetti (ma ben inferiore al suo valore sociale)
    b) nella drammatica situazione di squilibrio in cui siamo:
    insieme ai valori azionari sono crollati anche i valori impliciti degli IPR. Andrebbero riacquistati a un prezzo superiore al loro valore post-crisi ma ben inferiore al valore che avevano prima delle crisi. 

  • Lilia Costabile scrive:

    La proposta mi sembra molto interessante e degna di essere sviluppata. Godendo dei benefici del late-comer, provo a esprimere alcune impressioni sulla proposta e sul dibattito.

    (1) Una diversa argomentazione a favore del nesso tra la proposta in oggetto e la crisi è la seguente.
    Esiste un nesso tra ineguaglianza e instabilità. Il forte incremento nella diseguaglianza nella distribuzione dei redditi e della ricchezza è insieme causa ed effetto dello sviluppo dei mercati finanziari e della speculazione finanziaria, che a sua volta è causa immediata della crisi ma affonda le sue radici in quella e altre trasformazioni “reali”. Per questo, ricette anti-crisi “lungimiranti” dovrebbero affrontare il problema distributivo.
    Un’inversione della tendenza all’incremento della diseguaglianza richiede una redistribuzione non solo dei redditi, ma degli assets. Nell’era dell’economia della conoscenza, l’accesso all’informazione è un asset fondamentale, forse l’asset fondamentale. Oltre a creare le citate “inefficienze” e “tragedie degli anticommons” dovute alle restrizioni nell’uso delle conoscenze, gli IPR (intesi come diritti di proprietà intellettuali appropriati privatamente) contribuiscono all’incremento della disuguaglianza.
    Anche da questo punto di vista, dunque, il nesso tra la crisi e la ricetta proposta mi sembra confermato.

    (2) L’agenzia sovranazionale proposta è uno dei numerosi esempi di istituzioni sovranazionali di cui si avverte più che mai l’esigenza in questa fase di crisi (anche se i fatti di guerra in corso ci mostrano quanto un coordinamento internazionale sia difficile). Keynes proponeva una Banca sovranazionale, per esempio. Non è provato, direi, che una struttura pubblica sovranazionale dovrebbe per forza trasformarsi in un carrozzone burocratico.

    (3) Il problema di come si stabiliscono i prezzi di acquisto degli IPR mi sembra il più difficile da risolvere, come sottolineato da più interventi.

    (4) Nonostante i suoi meriti, la proposta dovrebbe ribadire la necessità di mantenere il tradizionale finanziamento pubblico della ricerca, attraverso il quale si è tradizionalmente riprodotta la comunità scientifica internazionale e con essa lo scambio internazionale dell’informazione (Paul David ha scritto sulla tensione tra i diversi meccanismi, di mercato e non, per risolvere il problema dell’ “appropriabilità” dei risultati della ricerca, e su come i nuovi diritti di proprietà intellettuali minacciano la “open science” globale).

  • Ma non è che istituendo questa superagenzia per la gestione degli IPR si ottiene il risultato – controproducente – di imporre a tutto il mondo lo stesso standard sui brevetti? Sarebbe una iattura se alla fine di tutto ci ritrovassimo, come Europa, a dover accettare i brevetti sui business methods o sul software…

  • Ugo Pagano scrive:

    Concordo con la preoccupazione espressa nel punto (4) da Lilia Costabile (condivisa, mi sembra, anche da Massimo D’Antoni).
    Nella mia proposta il WRO dovrebbe prima di tutto favorire lo sviluppo della open science. 
    Visto che in assenza di un coordinamento internazionale la conoscenza é stata, in questi anni, eccessivamente privatizzata, il WRO (o magari nell’immediato un qualche intervento coordinato dei governi nazionali) dovrebbe anche ricomprare alcuni brevetti dalla sfera privata e mettere i loro contenuti a disposizione di tutti. Questo ultimo intervento non avrebbe solo benefici di lungo periodo ma avrebbe anche, in tempi brevi, un effetto fortemente espansivo. 
    Mi sono concentrato sul breve periodo perché mi sembra evidente che sia ormai necessario agire subito stimolando direttamente gli investimenti anche se tenendo conto di alcune caratteristiche ben note delle economie moderne.

  • Antonio Nicita scrive:

    Un commento laterale alla proposta di Ugo. Mi piace in particolare il fatto che Ugo mostri come la politica economica possa passare dalla politica economica dei diritti di proprietà. A ben vedere è sempre così, come dimostrano Cass e Sunstein, solo che non ce ne accorgiamo. La cosa interessante ed originale della proposta di Ugo – tra le altre – consiste nel fatto che di solito si agisce keynesianamente sui diritti proprietari attraverso la creazione di monopoli (pubblici), mentre nel caso di Ugo gli effetti sarebbero pro-concorrenziali downstream. Mi sembra un elemento da sottolineare in un momento in cui si ritiene che una riduzione della concorrenza serve alla crisi, come insegna la vicenda Alitalia.

  • Il meccanismo dell’acquisto del brevetto da parte del governo (patent buyout) è analizzato da Michael Kremer (Quarterly Journal of Economics, 1998, pp. 1137-67). Kremer suggerisce che la determinazione del prezzo di acquisto debba avvenire attraverso un particolare meccanismo d’asta; per dare incentivo ai partecipanti all’asta a rivelare il loro prezzo di riserva, una quota dei brevetti messi all’asta (determinata in modo casuale) viene effettivamente venduta al maggior offerente. L’articolo cita anche il precedente del dagherrotipo, il cui brevetto fu acquistato dal governo francese nel 1839 e messo nel pubblico dominio.

  • Ugo Pagano scrive:

    D’altra parte il meccanismo di Kremer é criticato per il fatto che sarebbe facile mettersi d’accordo con qualcuno che facesse una offerta alta (offrendo di pagare la cifra e poi ricomprarselo nel caso che fosse incluso fra i brevetti effettivamente venduti.
    Vedi:
    http://www.slate.com/id/68674/

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