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  • Tressette col morto e col compare (indovinate chi è il pollo?)   di Roberto Renò

    Nell’ultimo film di Michael Moore, Capitalism: a love story, uscito in questi giorni nelle sale, c’è una cosa che non torna. Ad un certo punto scopriamo che negli Stati Uniti è possibile, per un’azienda, assicurare la vita dei propri dipendenti mantenendo completamente all’oscuro della cosa il dipendente stesso e la sua famiglia, ed è l’azienda che incassa la prestazione in caso di morte. Queste polizze vengono chiamate con un nome molto chiaro: “Dead peasants”, o anche “Dead janitors”. I lavoratori sono quindi considerati più o meno come bestie da soma, su cui si può, e magari è pure intrigante, scommettere. Non male. Superato lo sconcerto (ma come? In America si può scommettere sulla mia morte? E qualcuno può trarre vantaggio economico dalla mia dipartita? E per di più mi dà del cafone?) vengono immediatamente alla mente alcune domande, che nel film non trovano risposta. Evidentemente Moore giudica sufficiente lo shock della rivelazione. Ma c’è dell’altro, forse meno immorale, forse addirittura di più, in ogni caso sicuramente inquietante.

    Ragioniamo un attimo, approfittandone per una breve lezione di economia e finanza. Come funziona un’assicurazione sulla vita? Io (agente) pago un certa cifra (premio) a una ditta specializzata (assicurazione) che, in caso di mia morte, pagherà una somma ingente (prestazione) alla mia famiglia. Il premio che pago è senz’altro superiore, in media, alla prestazione media che riceverò, altrimenti l’assicurazione non avrebbe alcun vantaggio a stipulare questo contratto. Perché accetto di pagare un premio non equo? Perchè, in cambio di questo esborso, tranquillizzo la mia famiglia che potrebbe ritrovarsi sul lastrico in caso di mia dipartita. In altri termini, pago un servizio. Come fa l’assicurazione a guadagnarci con certezza? Perchè assicura decine di migliaia di persone, e quindi distribuisce il rischio di mortalità fra tutti i clienti. Fin qui tutto è chiaro.

    Ma se la mia famiglia fosse di 10,000 persone, pagherei l’assicurazione per ciascuna di esse? Forse potrebbe convenire non pagare il premio, ma fare in modo che, in caso di morte di uno dei componenti della mia numerosa famiglia, tutti gli altri si facciano carico degli oneri derivanti. Sarebbe conveniente fare così, visto che risparmierei il differenziale fra il premio medio e la prestazione media che costituisce il guadagno dell’assicurazione. Ovviamente, devo fidarmi di tutti. In un certo senso, l’assicurazione è al riparo dai dardi dell’avversa fortuna proprio perché gestisce una “famiglia” di decine di migliaia di persone.

    Allora: perché una grande azienda dovrebbe scommettere sulla vita dei suoi dipendenti? I premi pagati dall’azienda sono senz’altro superiori alle prestazioni ottenute. O forse le aziende pensano di saperla più lunga delle assicurazioni? Mettono il veleno nelle mense? Si avvicina veramente una pandemia e lo sanno solo loro? Sono masochisti e traggono un piacere edonistico dalla morte dei dipendenti che li compensa per la perdita finanziaria?

    Per sciogliere quest’arcano, bisogna introdurre un terzo elemento oltre all’azienda e all’assicurazione. Il morto, in questo caso, non conta. La morte delle persone è una delle cose che si sa prevedere meglio, e tutti sono a conoscenza delle percentuali di mortalità divise per età, area geografica, sesso: una noia “mortale”. Per usare parole altolocate, è un caso di economia common knowledge. Chi è il terzo incomodo che gioca questo tressette col morto? E chi volete che sia? È il governo (detto anche: i contribuenti, compresi quelli che si assicurano sulla vita veramente). Cosa fa il governo in questo gioco? Esso incentiva le assicurazioni sulla vita con dei benefici fiscali. Perché lo fa? La cosa è chiara per il primo esempio: le famiglie (quelle vere, formate al massimo da una decina di persone, più probabilmente da tre o quattro) sono incentivate a stipulare assicurazioni sulla vita perché ciò le protegge economicamente e socialmente. È cosa buona e giusta, e il governo le aiuta.

    Piccolo problema: il governo negli Stati Uniti aiuta anche le aziende che scommettono sui propri dipendenti. Riassumiamo quindi i flussi economici per i nostri tre giocatori (l’assicurazione, l’azienda, il governo) approfittandone per illustrare il principio dell’hedging, o copertura finanziaria:

    1. l’assicurazione (il compare) incassa i premi e paga le prestazioni. Siccome nell’aggregato le prestazioni sono minori dei premi, l’assicurazione guadagna sempre. Si copre infatti dall’incertezza sulla mortalità diversificando su un numero molto grande di polizze (e mica possono morire tutti, no?)
    2. l’azienda (il baro) paga i premi e incassa le prestazioni. L’azienda ha molti dipendenti (stiamo parlando delle più grandi corporation): quindi è praticamente certa che le prestazioni saranno minori dei premi. Tuttavia incassa anche dei benefici fiscali, ed evidentemente essi sono maggiori del differenziale fra premi e prestazioni (altrimenti non lo farebbe, no?). Quindi le aziende guadagnano sempre.
    3. il governo (il pollo) paga un beneficio fiscale ogni volta che viene stipulata una polizza. Tale esborso non è corrisposto da alcun beneficio sociale.

    Eccoci di fronte a un bellissimo esempio di wealth transfer: su questo tavolo da gioco le fiches passano automaticamente e con ragionevole certezza dai contribuenti ad aziende ed assicurazioni (che, per inciso, spesso sono la stessa cosa). Il governo è fesso? Ma no. Portiamo a fondo il ragionamento. Se voi foste un’azienda o un’assicurazione e scopriste questo giochetto (rabbrividisco pensando al momento in cui questa cosa è realmente avvenuta), cosa vi converrebbe fare? Vi converrebbe stipulare il massimo numero di polizze possibile! Scommettere sulla morte dell’intera umanità! E se il beffardo governo, con la sua diabolica intelligenza, avesse previsto benefici fiscali solo per i dipendenti? Ecco che allora, per massimizzare il profitto di questo che in gergo si chiama arbitraggio statistico, potrebbe essere conveniente assumere più dipendenti.

    Tranquillizzatevi quindi: quella che all’inizio vi era sembrata una forma di criminale incompetenza o, per i più maligni, di corruzione e connivenza del governo, aggravata da una pratica che eticamente è eufemisticamente dubbia (scommettere sulla morte del mio cassiere), in realtà è un geniale (creativo) incentivo contro la disoccupazione. Si faccia anche da noi, e subito: ho voglia di giocarmi quella cafona della mia vicina.

    domenica, novembre 22nd, 2009 at 20:12

8 commenti

  • Veramente interessante. Però c’è una cosa che non mi convince della tua ricostruzione: le prestazioni assicurative percepite dall’impresa non sono a loro volta tassate? In quanto registrate a bilancio come “entrata” dovrebbero concorrere alla formazione del reddito di impresa, e quindi il vantaggio che tu ipotizzi non ci dovrebbe essere.

  • Ronny Mazzocchi scrive:

    Il pezzo è davvero bello. Ma oltre ai dubbi di Massimo ci aggiungerei pure un’altra cosa. Sul sito di Moore si riporta il seguente passaggio:

    Betina Tillman felt shocked and deceived when a reporter from The Wall Street Journal told her that her brother, a music store cashier, was insured by his employer for $339,000 when he died, despite the fact that he no longer worked at the store“.

    Sembra che questo sistema di assicurazione continui a funzionare anche con lavoratori che non sono più alle dipendenze dell’azienda. Se lo sconto fiscale rimane in vigore anche dopo il licenziamento, l’idea dell’incentivo contro la disoccupazione comincia a vacillare. Infatti ogni impresa sarebbe incentivata ad assumere un lavoratore, stipulare su di lui un’assicurazione e liberarsi del dipendente continuando a beneficiare dello sconto fiscale.

  • Mi correggo: ho cercato un po’ di informazioni, e a quanto sembra le prestazioni assicurative non sono tassate in capo al beneficiario. Per la verità non c’è nemmeno la deduzione fiscale del premio pagato. Tuttavia, a quanto ho capito è possibile indebitarsi per pagare il premio e la legge fiscale americana consente di portare in deduzione i relativi oneri finanziari. Dunque c’è lo spazio per forme di arbitraggio fiscale; come correttamente riporta Roberto, è nel vantaggio fiscale che va cercata la ragione di tali polizze. Sembra peraltro che il problema sia ben noto al legislatore, che ha cercato (a quanto pare senza troppo successo) di porvi rimedio.

    Vale invece l’obiezione di Ronny: a quanto sembra le polizze vengono mantenute in molti casi anche dopo il licenziamento o il pensionamento.

  • Roberto Renò scrive:

    Non c’è dubbio che le aziende guadagnino nel farlo, al netto dei costi fiscali, di transazione, di gestione. La mia opinione è che ci sia stato un vuoto legislativo. Il legislatore ha esteso i benefici fiscali alle aziende, “dimenticandosi” che il premio poteva andare anche a loro. Le aziende l’hanno scoperto e l’hanno sfruttato. Il legislatore potrebbe aver fatto questo 1) per errore 2) perché corrotto 3) per mascherare aiuti di stato (ovviamente l’ipotesi dell’incentivo alla disoccupazione è puramente ironica). Non ho motivi fondati per scegliere fra queste tre, ma se obbligato a farlo propenderei per la 2.
    Un’altra cosa che mi ha stupito un po’ è che Michael Moore non abbia spiegato fino in fondo il problema e lasci intendere che le aziende guadagnano quando il dipendente muore: non è così, le aziende guadagnano in qualsiasi situazione, a spese dei contribuenti. Forse era troppo lungo da spiegare in un film.

  • Massimo Baldini scrive:

    Wikipedia dice che questa forma di assicurazione è “used worldwide”.
    Vi risulta? Anche in Italia?

  • Rispondo al commento di Roberto. A occhio, secondo me la ragione non è nessuna delle tre da te ipotizzate.
    Inizialmente il tuo ragionamento non mi tornava perché pensavo che l’investimento assicurativo fosse trattato come qualsiasi altro investimento, e cioè trattando come un costo i premi e come un reddito le prestazioni; in questo caso l’imposizione sarebbe stata neutrale.
    Invece -se ho ben capito- il premio non è deducibile dall’imponibile e la prestazione non è tassata. Perché? Forse perché così funziona per le persone fisiche, e anche perché è “brutto” tassare un premio che viene percepito al momento della dipartita di un congiunto.
    Il problema è quando questa seconda soluzione, che di per sé sarebbe neutrale (e lo è per una persona fisica che non può dedurre gli oneri passivi), viene combinata con la possibilità che hanno le imprese di portare in deduzione gli interessi passivi. Infatti, sempre se ho capito bene, l’arbitraggio fiscale si realizza perché i premi assicurativi vengono pagati indebitandosi. Investire in assicurazione funziona dunque da “scudo fiscale”.
    Insomma, se la mia interpretazione è corretta, il problema nasce dall’effetto combinato di due diverse disposizioni fiscali (quelle che regolano la deducibilità degli oneri passivi e il trattamento dei premi e prestazioni assicurativi) che non sono compatibili. Detto così, non è nemmeno ovvio quale possa essere la soluzione.

  • D. Mario Nuti scrive:

    Agghiacciante. Perché le conseguenze di questa istituzione sono diaboliche. Se l’impresa trae benefici dalla morte di un dipendente, chiaramente ha un incentivo a ridurre al minimo o sotto al minimo tutte le misure di sicurezza del lavoro. Per ogni morte bianca, l’impresa passa alla cassa.

  • Antonio Dicanio scrive:

    Salve a tutti,

    io propongo un altro motivo per cui le imprese americane stipulano polizze sulla vita dei loro dipendenti (in particolare stiamo parlando di “temporanee caso morte”, cioè polizze in cui l’assicuratore paga un certo capitale solo se l’assicurato muore entro una certa data).
    Sostanzialmente in questo tipo di coperture assicurative, il premio incassato dall’assicurazione (senza considerare le spese amministrative e le tasse) si compone di due parti: il premio equo, che è il prodotto tra la probabilità di morte dell’assicurato ed il capitale assicurato (quindi è la parte di premio che va a coprire le pardite attese), ed il caricamento di sicurezza che dovendo coprire le perdite inattese della compagnia assicurativa, è legato alla varianza del portafoglio rischi. Per cui tanto più la compagnia assicurativa è “brava” a stimare la probabilità di morte dell’assicurato, tanto più grande sarà l’utile realizzato. Le assicurazioni, in genere, utilizzano, per la stima della probabilità di morte dell’assicurato le tavole di mortalità che sono comunque delle statistiche a disposizione di tutti, quindi anche delle imprese. Quindi, volendo fare il Michael Moore della situazione, potrebbe essere che le imprese che assicurano i dipendenti, siano quelle in cui la mortalità (per qualche motivo) è superiore a quella espressa dalle tavole di mortalità. In questo caso, però, il guadagno sarebbe solo dell’impresa e non della compagnia assicurativa, che andrebbe incontro ad un caso di sottotariffazione. Spero di essere riuscito a spiegarmi. Grazie,un saluto a tutti.

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