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  • Sulla rilevanza della critica al mainstream   di Emiliano Brancaccio

    Il 26 e il 27 gennaio prossimi, presso la Facoltà di Economia della Università di Siena, si terrà il convegno “La crisi globale. Contributi alla critica della teoria e della politica economica” (tutte le informazioni sono reperibili sul sito www.theglobalcrisis.info). Saranno presentate e discusse relazioni sulla crisi economica elaborate da alcuni tra i principali esponenti del pensiero critico italiano. L’iniziativa nasce dal proposito di raccogliere una serie di interpretazioni della crisi alternative a quelle del mainstream, e di creare una occasione di dibattito tra economisti dei più diversi orientamenti sulle prospettive future della teoria e della politica economica.

    Una domanda che è stata legittimamente posta in questi mesi è la seguente: siamo certi che ci sia davvero bisogno di una chiave di lettura della crisi alternativa a quella del mainstream? Dopotutto i consensi attorno al real business cycle si sono fortemente ridimensionati, e la teoria economica dominante è oggi rappresentata dai cosiddetti modelli della Nuova Macroeconomia Keynesiana, talvolta definiti anche del New Consensus. Tali schemi di analisi riconoscono l’esistenza di asimmetrie e imperfezioni che possono almeno temporaneamente allontanare il sistema economico dal sentiero ideale rappresentato dall’equilibrio generale neo-walrasiano. La notevole flessibilità del mainstream “imperfezionista” è testimoniata anche dalla possibilità di ricavare da esso indicazioni di politica economica alquanto diverse tra loro. Rientrano infatti nel mainstream economisti come John Taylor, sostenitore di una uscita dalla crisi basata sul ferreo ritorno alle leggi del mercato; ma anche studiosi come Paul Krugman e Joseph Stiglitz, che soprattutto di recente hanno sostenuto la necessità di un maggiore intervento pubblico nell’economia, per uscire dalla crisi e per garantire più elevati livelli di benessere sociale. Sembrerebbe dunque che siamo di fronte a un mainstream autosufficiente, dalla cui dialettica interna dovrebbe esser possibile ricavare una valida spiegazione della crisi in corso e misure in grado di contrastarla con efficacia. Perché mai allora dovremmo spender tempo e risorse nel recupero e nel rilancio degli schemi alternativi derivanti dai contributi di Marx, del Keynes “non sintetizzato”, di Kalecki, di Sraffa e degli istituzionalisti eterodossi alla critica della teoria economica dominante?

    La questione non è di poco conto. Essa attiene, tra l’altro, ai processi di valutazione della ricerca universitaria e di reclutamento delle giovani leve di studiosi. Sollevarla significa quindi toccare interessi vivi all’interno dell’accademia, attorno ai quali si sono spesso sviluppate aspre controversie. Pochi anni fa, in opposizione alla proposta di valutare la ricerca in modo più pluralista e meno subalterno al mainstream, l’attuale rettore della Bocconi Guido Tabellini sostenne che un simile criterio avrebbe finito per «[…] proteggere sette di ricercatori in via di estinzione» (Consensus Group di Economia, panel 13 del CIVR, appendice 5, 2006). In effetti già all’epoca quel giudizio parve a molti il sintomo di un personalissimo auspicio, più che il frutto di una indagine spassionata sulla effettiva rilevanza scientifica dei diversi filoni della ricerca economica contemporanea. Ed oggi, a seguito della crisi globale, sembra sussistere qualche motivo ulteriore per non condividere quella opinione e per sostenere invece un sistema di valutazione della ricerca in grado di conciliare rigore e pluralismo.

    Uno di questi motivi può esser tratto da Jean-Paul Fitoussi e da Joseph Stiglitz, due studiosi che possono essere annoverati tra i massimi esponenti del mainstream “imperfezionista”. In un recente intervento i due economisti hanno infatti sostenuto che «…la carenza di domanda aggregata ha preceduto la crisi finanziaria ed è stata causata da cambiamenti strutturali nella distribuzione del reddito. Fin dal 1980, nella maggior parte dei paesi avanzati il salario mediano è rimasto stagnante, e le disuguaglianze sono cresciute a favore dei redditi più alti […] Poiché la propensione al consumo sui redditi più bassi è generalmente più grande, questa tendenza di lungo periodo nella redistribuzione del reddito ha avuto l’effetto macroeconomico di deprimere la domanda…»[1]. E’ evidente che siamo al cospetto di una interpretazione da “bassi salari” ispirata ai tipici schemi macroeconomici di teoria critica. Ed è altrettanto palese che si tratta di una chiave di lettura di lungo periodo e strutturale, per cui sembra difficile poterla ritenere conforme alla logica dei modelli mainstream sui quali vertono le principali pubblicazioni scientifiche degli stessi Fitoussi e Stiglitz. Basti pensare che i modelli di informazione asimmetrica che sono valsi a Stiglitz il premio Nobel sono costitutivamente caratterizzati da una relazione inversa tra salari reali e occupazione. L’introduzione di ipotesi ad hoc potrebbe in effetti consentire il superamento della univocità di quella relazione, ma a prezzo di stravolgere la logica profonda di quei modelli, e di sganciarli almeno parzialmente dai pilastri neoclassici della scarsità sui quali essi in ultima istanza poggiano. Inoltre, è interessante ricordare che molti anni fa il giovane Stiglitz rivolse una serie di accuse proprio agli schemi di analisi di teoria critica che legano sperequazione dei redditi e deficit di domanda[2]; accuse tra l’altro viziate da alcune incoerenze ed equivoci[3]. A quanto pare, dunque, siamo di fronte a un interessante paradosso: blasonati economisti ortodossi propongono chiavi di lettura eterodosse della recessione, difficilmente conciliabili con le visioni teoriche che essi hanno a lungo propugnato.

    Naturalmente la tesi dei bassi salari è solo una delle interpretazioni della crisi che possono esser tratte dalle analisi eterodosse. Ed è solo uno degli esempi indicativi di una tendenza in atto, che induce autorevoli esponenti del mainstream ad interpretare la crisi avvalendosi implicitamente dei tipici schemi di teoria critica, la stessa che essi avevano un tempo contestato. Tale rilievo, beninteso, mira solo a far chiarezza sulle origini eterodosse delle analisi che sembrano in grado di cogliere aspetti salienti e finora poco discussi della recessione. Non vi è quindi assolutamente la volontà di toglier merito alla scelta di Stiglitz e di altri di interpretare la crisi in base alla logica della teoria critica. Si vuol solo far notare che sarebbe utile alle prospettive della ricerca economica se una tale scelta venisse resa più esplicita. Di questo e di molto altro si discuterà assieme, con spirito costruttivo, in occasione del convegno di Siena.

     

    Emiliano Brancaccio è ricercatore e docente di economia politica presso la facoltà di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università del Sannio.


    1. The ways out of the crisis and the building of a more cohesive world, The Shadow GN, LUISS Guido Carli, 6-7 maggio 2009 []
    2. The Cambridge-Cambridge Controversy in the Theory of Capital, Journal of Political Economy, 82, (4), 1974 []
    3. Si veda al riguardo Fabio Petri, General Equilibrium, Capital and Macroeconomics, Edward Elgar, 2004, Appendice 6A2 []
    mercoledì, dicembre 23rd, 2009 at 19:40

26 commenti

  • Ronny Mazzocchi scrive:

    La parola “mainstream” ricorre ben 10 volte in questo articolo, ma io non sono ancora riuscito a capire quali criteri definiscano una teoria come tale, almeno nelle intenzioni dell’autore (visto che ciascuno ha una sua personalissima classificazione). E’ possibile avere un breve chiarimento a riguardo?

  • Emiliano Brancaccio scrive:

    La definizione di “mainstream” che adopero nell’articolo segue la traccia indicata da Paul Samuelson e William Nordhaus. Nel loro manuale (Economics, varie edizioni) essi definirono “mainstream” la Sintesi neoclassica di Hicks, Modigliani, Patinkin e dei loro continuatori. Dopo l’interludio della Nuova Macroeconomia Classica, l’espressione “mainstream” è stata nuovamente riproposta nell’ambito della Nuova Macroeconomia Keynesiana, e più in generale da coloro i quali si sono impegnati ad esaminare quelle imperfezioni ed asimmetrie di mercato che permettessero di dare adeguate microfondazioni alle rigidità nominali e reali solo supposte dagli esponenti della Sintesi. Si parla a questo riguardo anche di “New Consensus Macroeconomics” (riferendosi con ciò alla nuova sintesi che ruota principalmente attorno ai contributi di John Taylor), oppure di “Core of Modern Macroeconomics” (Blanchard, Macroeconomics, cap. 30, 2nd ed. 2000). Blanchard definisce l’attuale mainstream in cinque punti, tra i quali i seguenti assumono particolare rilievo: 1) nel breve periodo le variazioni della domanda aggregata influenzano la produzione; 2) nel lungo periodo la produzione ritorna sempre al suo livello di equilibrio “naturale” (per una definizione analoga, si veda Taylor (2000), AER, 90, 2). L’equilibrio “naturale”, come è noto, è determinato dai fondamentali neoclassici delle preferenze, della tecnologia e delle dotazioni iniziali di risorse (per una definizione rigorosa rinvio per esempio ad Hahn 1982, CJE). Tale equilibrio tuttavia può incorporare anche imperfezioni di tipo “strutturale”, attinenti ad esempio all’esistenza di forme di mercato non concorrenziali (Phelps non a caso preferisce l’espressione “equilibrio strutturale” a “equilibrio naturale”). Riguardo alla possibilità o meno di attribuire svariate definizioni al “mainstream”, non sono d’accordo. Ritengo che al limite si potrebbe discutere della possibilità di considerare la Nuova Macroeconomia Classica e le sue più recenti derivazioni dei validi candidati alla definizione di “mainstream”, in alternativa al paradigma appena descritto. Ricordo in proposito che Hahn e Solow proprio a Siena elaborarono un libro importante, ispirato dall’aver “…scoperto di condividere le stesse preoccupazioni circa la Nuova Macroeconomia Classica, che stava appunto diventando la teoria dominante…” (Hahn e Solow 1995). Credo tuttavia che oggi quelle preoccupazioni non abbiano motivo di sussistere: la NMC e le sue derivazioni sono attualmente da ritenersi minoritarie. Sia come sia, nessuno degli impianti teorici menzionati appare in grado di incorporare la relazione di lungo periodo tra sperequazione dei redditi e deficit di domanda evocata da Fitoussi e Stiglitz (2009) per spiegare la crisi. Questo, a mio avviso, è un punto interessante, che si situa lungo la linea di demarcazione tra il mainstream e le teorie che definisco “critiche”, e sul quale credo possa essere utile concentrare l’attenzione. Ringrazio comunque Mazzocchi per avermi dato l’opportunità di approfondire la definizione di “mainstream”.

  • A me il dubbio di Ronny sembra fondato. Mainstream potrebbe tradursi come dominante o prevalente, e dunque è sempre un concetto relativo, sia all’argomento oggetto di discussione che al particolare momento. Così, ciò che era mainstream solo pochi anni fa potrebbe non esserlo più ora.
    Inoltre, pressoché ogni innovazione scientifica importante si pone come critica al mainstream. Si può dire che la NMC era una critica alla visione mainstream rappresentata dalla sintesi neoclassica. Gli economisti della Scuola di Chicago si considerano critici del mainstream. E così via.
    Dunque, ben venga la precisazione su quale mainstream si sta criticando e da quale specifico punto di vista.

  • Francesco Mauro scrive:

    Molto interessante. In effetti i modelli di informazione asimmetrica tipo Shapiro & Stiglitz contengono la tipica relazione inversa tra salari reali e occupazione basata sulla produttività marginale descrescente. Non vedo come si possa cavare da quel tipo di modellistica una relazione diretta di lungo periodo tra salari reali e occupazione. Una specie di Stiglitz ‘teorico della crisi’ contro lo Stiglitz ‘del Nobel’. Sulla NMC e sul real business cycle, Brancaccio forse ha ragione a dire che ormai nella letteratura prevalente sono stati ‘spodestati’, ma in molti corsi PhD di macro che conosco continuano a insegnare soprattutto quelli. Di NMK o di New Consensus nemmeno l’ombra. Al convegno ci sarà spazio per intervenire dal pubblico con domande e commenti?

  • Emiliano Brancaccio scrive:

    Per definizione il mainstream è storicamente determinato. Ma questo non significa che ognuno possa formulare una personale classificazione del medesimo. Alcuni anni fa sulla AER vi fu un importante dibattito attorno al quesito: ‘Is there a core of practical macroeconomics that we should all believe?’. Dalla discussione, alla quale parteciparono diversi Nobel, emersero quei cinque o sei punti che Blanchard definisce ‘core’ e Taylor ed altri chiamano ‘New Consensus’. Mi sembrano coordinate sufficienti per avviare una accurata discussione sul ‘mainstream’. Riguardo alla presunta indeterminatezza del termine ‘critica’, in linea di principio tutto si può confondere, persino la critica nel senso di Lucas (1976) con la critica nel senso di Sraffa (1960). Ma questi forse andrebbero opportunamente indagati come problemi di disorientamento gnoseologico, più che di ambiguità delle classificazioni. In merito al ritardo con cui i corsi di PhD si adeguano al trapasso dalla NMC alla NMK, è senz’altro vero. Mi pare tuttavia più grave la carenza di corsi di PhD nei quali si possano studiare Leontief e Steedman, oltre ai consueti Kydland e Prescott. Infine, il convegno sarà molto fitto, ma naturalmente vi sarà tempo per eventuali domande dal pubblico. Un saluto cordiale.

  • Giulio Zanella scrive:

    La mia opinione e’ che queste discussioni su mainstream vs. backwater siano altamente dannose perche’ la gente perde tempo a tentare di demolire la ricerca altrui anziche’ far ricerca in senso proprio.

    Alcune teorie economiche hanno successo perche’ spiegano abbastanza bene la realta’. Quando ne arrivano di migliori queste si impongono perche’ le battono su questo stesso piano (e’ sempre cosi’: it takes a model to beat a model). C’e’ un motivo perche’ alcune teorie o parte di esse sono backwater e altre sono mainstream (magari solo per un po’ di tempo, prima di diventare esse stesse backwater). Non si diventa backwater o mainstream a causa di un complotto ideologico. Se parte del mainstream diventa backwater, e’ perche’ non portava a nulla.

    Nello specifico, a me pare ovvio che senza la bolla immobiliare gonfiata dalla politica monetaria della Fed e dalla cattiva regolamentazione e supervisione del credito non ci sarebbe stata una crisi delle dimensioni che abbiamo visto. Se qualcuno mi dice che no, la causa va cercata nei bassi salari… be’… rimango un po’ perplesso. Primo perche’ sono un cultore del rasoio di Occam. Secondo perche’ mi vengono in mente domande come questa: i bassi salari ci sono da sempre, com’e’ che hanno causato una po’ po’ di crisi solo adesso?

  • Emiliano Brancaccio scrive:

    Ringrazio Zanella per il suo commento, che prende di petto questioni delicate e cruciali.

    In effetti, a proposito di ‘demolizioni’, devo dire che nel seguire i lavori del CIVR anche io ebbi qualche anno fa una sensazione simile a quella di Zanella. Anche a me infatti parve di intravedere un tentativo di ‘demolizione della ricerca altrui’. Con una piccola differenza, tuttavia. Zanella sembra infatti adoperare l’espressione ‘demolire’ quale sinonimo di ‘criticare’. Se così fosse si tratterebbe a mio avviso di una prassi niente affatto ‘dannosa’ ma benefica. Dopotutto la ‘critica’ trova le sue radici nella tradizione liberale, ancor prima che marxista, e penso si possa quindi dare per scontato che rappresenti oggi e per il futuro un patrimonio condiviso tra tutti noi. Nel caso del CIVR, invece, il tentativo di ‘demolizione della ricerca altrui’ sembrò a un certo punto assumere un significato un po’ più stretto… oserei dire ‘fisico’.

    Naturalmente quel particolare tentativo di ‘demolizione’ istituzionale della ricerca eterodossa avrebbe avuto senso sul piano scientifico se fosse vero, come sostiene Zanella, che ‘alcune teorie economiche hanno successo perchè spiegano abbastanza bene la realtà’. Prendendo spunto da un recente paper di Zanella (2009, in collaborazione con Fiorito), immagino che per ‘spiegazione’ egli si riferisca ad esempio alle restrizioni suggerite da Prescott (1986) per calibrare il modello standard del RBC. Se così fosse, tuttavia, vorrei che Zanella mi aiutasse a capire in che senso il genere di ‘spiegazione’ da lui adoperato abbia precisamente a che fare con ‘la realtà’, quale che sia la definizione che egli intenda dare a quest’ultima. E’ questa in effetti una domanda che in molti ci ponevamo quando facevamo tanta RBC e tanta calibration nei master e nei corsi di PhD che quasi tutti quelli della mia generazione hanno dovuto seguire. Ora, poichè sono certo che Zanella condivida con me il sospetto che rispondere a un simile interrogativo sarebbe estremamente complicato, suggerirei di evitare conclusioni forse un pochino affrettate sul rapporto esistente tra la realtà, le spiegazioni della realtà e i processi di selezione accademica delle spiegazioni della realtà…

    Naturalmente vorrei rassicurare Zanella sul fatto che qualora egli decidesse di condividere almeno in parte le ragioni di questo mio invito alla prudenza epistemologica, ciò non lo tramuterà automaticamente in un teorico del ‘complotto ideologico’, per usare una sua colorita espressione… Solitamente, infatti, le teorie del complotto vengono adoperate da chi ha bisogno di semplificare poichè poco capisce delle questioni sulle quali pretende di indagare. Oso ritenere che non sia questo il caso del nostro interessante dibattito. E’ chiaro infatti che riferirsi all’esperienza del CIVR 2005-2006 come a un ‘tentativo di demolizione della eterodossia’ non richiede il sostegno di alcuna teoria cospirazionista. Richiede solo saggia consapevolezza del fatto che quando si parla di carriere è difficile per chiunque non farsi condizionare dagli interessi, propri e dei relativi gruppi di riferimento.

    Infine, riguardo alle perplessità di Zanella sulla spiegazione della ‘crisi da bassi salari’, mi limito a osservare tre cose. 1) In primo luogo, mi pare che a grandissime linee il principio di Occam dicesse che a ‘parità di fattori’ la spiegazione più semplice sia da preferire, e ho francamente delle difficoltà a capire in che modo Zanella supponga di poter garantire tale ‘parità’. 2) In secondo luogo, Zanella ci dice che i bassi salari ci sono da sempre; questa suona proprio male e vorrei quindi che chiarisse meglio il concetto, visto che la quota di prodotto interno lordo spettante ai salari è significativamente diminuita nell’ultimo trentennio in quasi tutti i paesi OECD. 3) Infine, mi preme chiarire che il problema che cercavo di porre nel mio articolo non era quello di difendere la tesi della ‘crisi da bassi salari’ (che a mio avviso ci fa forse compiere qualche passo nella giusta direzione ma che non può ritenersi una spiegazione esauriente del fenomeno). Il problema era di porre in luce una incompatibilità logica tra i modelli per i quali Stiglitz ha vinto il Nobel e la spiegazione da bassi salari che egli stesso ha dato della crisi. Sarebbe bello se potessimo un attimo concentrarci su questo specifico punto, che mi pare piuttosto interessante.

    Chiedo venia per la lunghezza della risposta, ma le questioni sollevate erano importanti. Spero si possa proseguire la discussione tra tutti noi non solo sul goodwinbox ma anche dal vivo, al convegno del 26 e 27 gennaio. Ancora cordiali saluti.

  • Giulio Zanella scrive:

    Emiliano, sulla prima questione sono con te: sono pronto a difendere il diritto tuo e di chiunque altro a fare ricerca sui temi e con le metodologie che uno preferisce. Per me ortodossia ed eterodossia sono etichette senza senso: se uno dice qualcosa di interessante lo ascolto, non mi interessa l’etichetta che gli hanno appiccicato addosso, e prendo e sintetizzo volentieri idee buone, teorie interessanti, ed evidenze empiriche convincenti da qualunque parte queste provengano.

    Quello che ritengo dannoso e’ fare la critica di tutto senza costruire un’alternativa utilizzabile da tutti. L’aggettivo dannoso e’ naturalmente relativo alla scarsita’ del tempo di un individuo: se un ricercatore spende 30 anni della propria carriera a criticare gli altri non avra’ tempo di fare nulla di costruttivo.

    Puo’ darsi che io sia ingenuo o eccessivamente fiducioso nella buona fede degli “scienziati” sociali, ma non vedo in giro alcun tentativo di demolizione istituzionale di particolari linee di ricerca (tra le altre cose, con gli enormi costi che il coordinamento comporta non riesco neppure a immaginare che tale operazione possa essere ‘istituzionale’). Il mio approccio e’ pragmatico: avete qualcosa di interessante da dire? Ditelo.

    Sulla questione della spiegazione dei fenonemi che osserviamo, intendo dire questo. Un requisito minimo che una teoria diretta alla comprensione di fenomeni socioeconomici (e quindi alla loro previsione, perche’ se capisci il meccanismo puoi anche prevedere) deve soddisfare e’ la capacita’ di spiegare cio’ che e’ gia’ accaduto. Su questo siamo d’accordo, presumo: se hai un modello che non riproduce cio’ che e’ gia’ successo non puoi pretendere di essere preso sul serio se lo usi per spiegare il presente o predire il futuro. I modelli aggregati quantitativi consentono di fare quest’operazione in maniera assolutamente rigorosa, ed e’ per questo che poi sono presi sul serio per fare politica economica. La calibrazione non e’ affatto una spiegazione, ma e’ la premessa per rendere un modello simulabile e vedere se funziona o no. Se non funziona si continua a ricercare, si raffina la teoria o la si rimpiazza del tutto. Questa metodologia quantitativa e’ molto “scientifica” e, nella misura in cui si e’ interessati a parlare di fenomeni economici reali e di politica economica, non si puo’ sperare di aggirarla: nessuna teoria e’ tanto nobile o tanto complessa da non poter subire l’indegnita’ di essere rapportata ai dati.

    Infine, sulle tue osservazioni su crisi da bassi salari e le spiegazioni che mi chiedi.

    Primo, la ‘parita di fattori’ e’ garantita dalla competizione per la spiegazione dello stesso fenomeno. ‘bassi salari’ e ‘politica monetaria e regolamentativa dissennata’ spiegano entrambe quello che abbiamo osservato, quindi pari sono su questo piano: quale spiegazione e’ piu’ semplice e immediata? Uno puo’ anche spiegare la crisi con “Dio l’ha voluta”, che e’ pari alle altre nella spiegazione del fenomeno. Nessuno la prende sul serio perche’ tutti in questo caso usiamo consapevoli o no, in rasoio di Occam.

    Secondo, come puo’ suonarti male che i salari bassi ci sono da sempre? Quanto guadagnava all’ora uno schiavo africano in Virginia nel 1801? E un operaio inglese nel 1899? La coda sinistra della distribuzione dei salari e’ dimagrita percettibilmente e pressoche’ ovunque nel mondo industrializzato negli ultimi due secoli. Il fatto che la labor share sia diminuita, lo riconoscerai, non implica di per se’ nulla, assolutamente nulla, sulla distribuzione dei salari. Te lo illustro con un esempio: poni il PIL a 100 e la quota del lavoro a 65 con una qualche distribuzione dei salari. Ora fai aumentare (per qualunque ragione esogena) i profitti di 10. Il PIL aumenta, e la quota del lavoro diminuisce, ma evidentemente il reddito da lavoro e’ sempre lo stesso e nulla e’ successo alla distribuzione dei salari. La dinamica della labor share non puo’ essere usata per fare alcuna inferenza sulla distribuzione dei salari.

  • Emiliano Brancaccio scrive:

    Caro Giulio, il vantaggio dei buoni economisti ‘eterodossi’ è che sono costretti a studiare sia la letteratura mainstream che la letteratura critica. Oggi un po’ meno, ma un tempo anche i buoni economisti del ‘mainstream’ dovevano. Non condivido i tuoi lavori ma li apprezzo, e sono quindi certo che se troverai un attimo per riprendere le letture eterodosse, o anche solo per venire al convegno, troverai senza difficoltà ‘teorie interessanti ed evidenze empiriche convincenti’, almeno interessanti e convincenti quanto quelle che ruotano attorno al RBC.

    Riguardo alle ‘demolizioni’ e ai relativi costi di coordinamento, mi limito a suggerire la lettura di Luigi Pasinetti (Nota di dissenso, CIVR, Panel 13, 2006). La troverai di particolare interesse.

    Sulla capacità dei ‘modelli aggregati quantitativi di spiegare il passato e di predire il futuro’, mi limito a segnalare che quei modelli rimangono esposti alla critica di Sraffa alla teoria del capitale (per una rassegna aggiornata puoi vedere ad esempio Fabio Petri 2004, General equilibrium, capital and macroeconomics, Edward Elgar). Ma, se anche non avessi voglia di addentrarti nella letteratura critica, sono sicuro che conosci le numerose obiezioni rivolte alla RBC e alla calibration dall’interno stesso del mainstream. Le più radicali a mio avviso sono quelle scaturite dall’ampio dibattito avviato da Lawrence Summers (Some skeptical observations on RBC theory, Federal Reserve Minneapolis 1986, riprodotto su NBER e altrove e ripreso in occasione dell’assegnazione del Nobel a Kydland e Prescott nel 2004).

    Sulla ‘parità dei fattori’ del principio di Occam, può darsi che mi sbagli ma temo che le cose siano un po’ più complicate di come la metti. Ti propongo un esempio. Tu parli di ‘politica monetaria dissennata’. Come sai questa tesi non verte sul RBC ma sui modelli NMK, ed è sostenuta principalmente da John Taylor (2009), il quale applica la sua ‘Rule’ per puntare l’indice contro Greenspan, considerato responsabile della crisi. Ebbene, al convegno verrà presentato un paper nel quale si mostra che l’analisi di Taylor sugli scostamenti dalla sua ‘regola’ perde di rilevanza nel momento in cui si sottopongono a critica 1) l’accettazione di un saggio di interesse naturale, determinato dai fondamentali neoclassici; 2) l’accettazione dell’esistenza di una stabile e univoca relazione inversa tra saggio d’interesse e domanda aggregata, e di una analoga relazione diretta tra domanda aggregata e variazione dell’inflazione. In chiave costruttiva, alla quale giustamente tieni, si vedrà che rifiutando tali assunzioni la ‘Taylor Rule’ assume un significato diverso da quello originario, attenendo non più alla gestione della domanda e dell’inflazione ma alla gestione della condizione di solvibilità del sistema. Converrai con me che a questo punto la ‘parità di fattori’ diventa quantomeno difficile da definire.

    Infine, sui salari. Hai inserito un elemento nuovo, la distribuzione dei salari. Per quale motivo? Fitoussi e Stiglitz (2009, citato nel mio articolo) non ne hanno alcun bisogno. A loro basta la caduta della LIS (che tu stesso riconosci) per evidenziare la ‘…carenza strutturale di domanda…’. Si tratta di un modello keynesiano con ipotesi classica di risparmio (nel senso di Hahn e Matthews, 1960). Il problema di Stiglitz è che quel modello lo aveva criticato.

    In questi giorni sarò oberato, spero di trovare il tempo di rispondere ad eventuali tue ulteriori riflessioni. Ad ogni modo sarebbe bello ritrovarti al convegno, magari anche per proseguire questo interessante scambio in quella sede. Un saluto. Emiliano

  • Alcune osservazioni sul dibattito suscitato da Giulio:

    1) Per quanto mi sforzi, non riesco proprio a scindere il progresso scientifico dalla critica alla teoria esistente. Se ragioniamo popperianamente, le due cose coincidono. Certo, rifacendosi alla distinzione di Kuhn, uno può pensare il proprio contributo come parte della cosiddetta “scienza normale”, cioè come soluzione dei rompicapi posti dall’affermarsi del paradigma dominante. Non credo sia possibile dire a priori se sia più utile o costruttivo tentare di superare il paradigma corrente oppure affinarlo scommettendo sulla sua persistenza (ma certo il secondo approccio è meno interessante).

    2) L’idea che il progresso della scienza sia simile ad un mercato concorrenziale, in cui tante teorie si confrontano ad armi pari per conquistare l’attenzione del “consumatore di scienza”, è piuttosto ingenua e poco accurata. Se di mercato si tratta, vi dominano le esternalità di rete e le economie di scala, dunque direi che si tratta semmai di una successione di monopoli, in cui il rapporto tra incumbent e entrant è fortemente asimmetrico.

    3) Nel merito dell’argomento bassi salari: non mi è chiaro come un’osservazione relativa al livello dei salari (ci sono sempre stati salari bassi) possa rappresentare un’obiezione ad una teoria che -se non sbaglio- ha un carattere dinamico (la domanda è caduta per effetto della riduzione dei salari). Inoltre, Giulio ha ragione nel dire che nell’ambito del modello neoclassico una riduzione della quota (relativa) del lavoro non implica logicamente una caduta del salario reale o un aumento della diseguaglianza. Diciamo magari che li favorisce? E non pensa Giulio che una riduzione del reddito relativo dei lavoratori (dovuto alla riduzione della quota del lavoro) possa avere sulla propensione al consumo effetti quali quelli descritti dalla tesi dei bassi salari?

    4) Nel merito della tesi per cui la “causa” della crisi sarebbe la cattiva politica monetaria: se succede un disastro per un “errore umano”, questo non assolve dalla critica per il fatto che il sistema fosse così fragile e vulnerabile. Se no sembra la difesa che si sentiva spesso fare del sistema sovietico: un sistema eccellente, se solo fosse stato guidato da pianificatori più capaci.

  • Giulio Zanella scrive:

    Emiliano, la critica alla teoria del capitale e la letteratura critica in generale le conosco bene (non dimenticare che il mio dottorato l’ho preso a Siena). I modelli aggregati neoclassici con capitale per lavoratore aggregato funzionano benissimo nonostante questa critica, cosi’ come i modelli aggregati eterodossi funzionano benissimo nonostante gli si possa rivolgere la stessa critica sul concetto di lavoro. Infatti aggregare beni capitali eterogenei e’ la stessa cosa che aggregare il lavoro di lavoratori eterogenei, ed e’ operazione soggetta alle stesse difficolta’. Ma non sono sicuro che sia questo quello di cui vogliamo discutere, visto che se discute da 50 anni senza arrivare da nessuna parte.

    Fammi anche precisare, se non facciamo confusione, che i modelli quantitativi aggregati dinamici vanno ben oltre la teoria RBC. Questa e’ una teoria che cerca di spiegare il ciclo con gli shocks reali. Le difficolta’ e le limitazioni della teoria sono ben note e le hanno riconosciute per primi gli stessi Kydland e Prescott. Una metologia di ricerca empirica basata sulla calibrazione e sulla simulazione dell’equilibrio di modelli dinamici, pur scaturendo dal loro contributo, e’ cosa assai diversa e che si applica allo studio di una miriade di problemi economici. La disciplina che questi modelli si autoimpongono e’ ferrea e scientifica: essere in grado di riprodurre i momenti rilevanti delle serie storiche che si stanno studiando. Questo permette di distillare e raffinare le idee piu’ promettenti per affrontare domande di policy. Personalmente, se devo rispondere a domande tipo “per aumentare la partecipazione delle donne alla forza lavoro e’ meglio impiegare fondi pubblici per sussidiare gli asili nido oppure detassare il loro lavoro?” preferisco studiare un modello quantitativo piuttosto che affidarmi all’intuito di qualche strampalato guru, politico o tecnico che sia.

    Sul paper critico della tesi di Taylor, devo naturalmente leggermelo, ma fammi dire che chiunque stia pagando un mutuo capisce che l’investimento residenziale dipende dal tasso di interesse. Ogni volta che la BCE riduce il proprio tasso target di mezzo punto io risparmio mille euro in un anno, e per me sono davvero tanti soldi. Queste considerazini pesano eccome quando devi decidere se acquistare (cioe’ investire) o continuare ad affittare (cioe’ acquistare un servizio). Indipendentemente dalla nozione di tasso di interesse naturale o stabilita’ della funzione dell’investimento.

    Sulla distribuzione dei salari, non ho inserito alcun un elemento nuovo. Quando si parla di salari bassi, poiche’ non esiste un salario unico uguale per tutti, si sta parlando di distribuzione dei salari.

    Infine, sulla storia del CIVR, quando avrai tempo, perche’ non scrivi un post a parte cosi’ racconti la storia che dai per scontata ma che, credo, pochi di noi conoscono nei dettagli? Con Massimo e altri abbiamo piu’ volte discusso di valutazione della ricerca etc. Potremmo farlo meglio in un thread a parte.

  • Giulio Zanella scrive:

    Massimo, seguo il tuo ordine:

    (1) Certo, si progredisce mettendo in discussione alcune delle idee esistenti, costruendo su altre, e inventandosene di completamente nuove. Ma ci vuole un’idea nuova per scalzarne una vecchia, e quella nuova deve rivelarsi in qualche migliore.

    (2) A questo proposito, il mercato delle idee non e’ certo concorrenziale ma non e’ neppure la successione di monopoli che descrivi. Prendi la behavioral economics. E’ iniziata con Smith, nella theory of moral sentiments. Herbert Simon ne e’ stato precursore nella sua forma moderna negli anni 50. Poi Khaneman, Tversky e altri negli anni 60 e 70. Fino a diventare un field a se’ controverso ma rispettato, fino a sfondare nei top journals e nei top departments. Questo e’ l’esempio di come una teria a lungo eterodossa sia riuscita a sfondare, ricordandosi di costruire (costruendo ad esempio tutto l’apparato sperimentale che molti economisti usano) mentre criticava l’approccio neoclassico al comportamento individuale. C’e’ una bella lezione da imparare per chi fa ricerca fuori dal coro e anche per chi ritiene che questa sia inutile.

    (3) Non era un’obiezione ma una richiesta di chiarimento: perche’ i salari bassi avrebbero causato la crisi adesso ma non dieci, venti, o trenta anni fa?

    (4) Il sistema era fragile e vulnerabile, ma non perche’ fosse marcia la teoria. Se inventi la bomba atomica e la metti in mano a Hitler che ci fa quello che per fortuna non ha avuto il tempo di fare, il problema non e’ la fisica nucleare, ti pare?

  • Emiliano Brancaccio scrive:

    Caro Giulio,

    1) forse di teoria del capitale ‘se ne discute da 50 anni senza arrivare da nessuna parte’ anche perchè certi equivoci persistono. Sulla presunta equivalenza tra problemi di aggregazione del capitale e problemi di aggregazione del lavoro, puoi leggere la risposta di Petri ad Hahn e a Bliss (Petri, 2004, cit. pp. 234-236).

    2) Sulla disciplina ‘ferrea e scientifica’ (come tu dici) dei modelli che adoperi, permettimi di farti notare che alcune delle obiezioni avanzate da Summers (citato) ed altri si applicano alla calibration in generale, non certo solo alle sue eroiche applicazioni nel campo del RBC. Nell’articolo citato Summers parla di non falsificabilità, addirittura di tautologie. Io non posso certo definirmi un Popperiano, né tantomeno uno strumentalista, ma mi sembrano contestazioni piuttosto gravi. A questo proposito, la calibration che facevo io a Londra, nel lontano 1999, si basava su continui aggiustamenti della forma della funzione obiettivo. All’epoca io e i miei colleghi avevamo la sensazione che quelle procedure fossero un tantino oscene più che ferree, ma bisognava studiarle e ci adeguavamo. Più di recente ho notato che alcuni studi sulla riduzione del rapporto utili/prezzi delle azioni si fondano esattamente su calibrazioni basate su continui aggiustamenti delle funzioni contenenti i saggi di preferenza intertemporale (per una rassegna vedi le versioni più recenti di Campbell, Lo, McKinley). Faccio notare che questi studi cercavano tra l’altro di giustificare il boom azionario sostenendo la sua compatibilità con i ‘fondamentali’ neoclassici. Ora, io non pretendo di avvalorare la nostra vecchia tesi sulla ‘oscenità’ della procedura, ma ho la vaga sensazione che forse un atteggiamento appena un po’ più umile riguardo alla presunta ‘ferrea scientificità’ degli strumenti che adoperiamo farebbe bene a tutti noi, all’intera categoria degli economisti…

    4) Sei proprio sicuro che l’analisi degli effetti macroeconomici delle scelte tra l’affitto e il mutuo sia ‘indipendente’ dall’accettazione o meno della definizione di tasso d’interesse naturale?

    5) La distribuzione dei salari non c’entra proprio niente con il problema posto dall’esame della tesi di Fitoussi e Stiglitz (citato).

    6) Infine, sulla storia del CIVR, non mi permetto di dare nulla per scontato, non è un caso che mi preoccupi sempre di citare le fonti. Lo faccio anche poiché forse potresti esser tu a scrivere un post, magari dopo aver letto l’interessante scambio tra Tabellini e Pasinetti. Dopotutto si tratta di un esempio concreto, tangibile, che consentirebbe di affrontare in presa diretta i nodi della importante questione sollevata da Massimo D’Antoni, alla quale temo non si possa semplicemente rispondere con un rinvio a Simon.

    Chiedo scusa a te, ai colleghi e agli amici per avere in questa occasione risposto in termini un po’ sbrigativi. Ma il convegno incombe e il tempo è tiranno anche per gli eterodossi, non soltanto per gli ortodossi… Un saluto molto cordiale a tutti.

  • Giulio Zanella scrive:

    Emiliano, non mi sono spiegato. Per autodisciplina “ferrea e scientifica” intendo dire che quando calibri un modello accetti la possibilita’ che il confronto con l’evidenza disponibile rigetti la tua teoria. E’ procedura ferrea perche’ e’ dura: se funziona bene, se non funziona ciccia. E’ procedura scientifica perche’ utilizzi il tuo modello come un laboratorio: se il laboratorio non soddisfa i requisiti necessari a condurre esperimenti validi (in questo caso se non riproduce cio’ che e’ gia’ accaduto) devi buttarlo giu’ e farne un’altro. Cioe’ con una metodologia quantitativa non puoi filosofare sui bassi salari che causano la crisi senza prenderti poi la briga di dimostrare che il modello che hai in mente e’ capace di riprodurre quantitativamente (non solo qualitativamente) il fenomeno che vuoi spiegare. Cioe’, data una certa diminuzione x al di sotto di un certo percentile della distribuzione dei salari, e data una certa propensione y a consumare reddito corrente al di sotto di questo percentile, la riduzione della domanda deve essere pari a xy. Mettiamoci pure un moltiplicatore m. Quanto e’ mxy in proporzione al PIL? Capisci che se la risposta e’ 0.01% e’ inutile che cerchiamo qui la causa di una riduzione del 5% o anche solo del 2%.

    Su (1) andro’ a rileggere il testo di Fabio, quella parte deve essermi sfuggita, e ti faro’ sapere.

    Su (4) sono sicuro perche’ e’ un problema che sto studiando. Una teoria positiva della scelta tra investimento residenziale e acquisto spot di servizi residenziali non ha alcun bisogno di nozioni quali il tasso di interesse naturale.

    Su (5) il testo di Fitoussi-Stiglitz che citi parla di “cambiamenti strutturali nella distribuzione del reddito“, e il reddito di chi lavora si chiama salario.

    Su (6) non ho fatto un rinvio a Herbert Simon, ho abbozzato la storia della behavioral economics come esempio di un gruppo di economisti eterodossi che avevano qualcosa di interessante da dire e dicendolo e corroborando le proprie teorie con una valanga di evidenza empirica (sperimentale in quel caso) anziche’ ribadendo all’infinito che la teoria neoclassica del comportamento individuale era pur sempre soggetta alle loro critiche si sono guadagnati una posizione importante all’interno della professione.

  • Stefano D'Andrea scrive:

    Premeto che sono un giurista e non un economista (il mio nome è Stefano D’Andrea: il programma non accreditava il mio nome corretto); perciò posso intervenire soltanto su alcuni passaggi “logici”, non su quelli che più strettamente attengono a teorie economiche che non conosco.

    1) Scrive Brancaccio: “Il problema era di porre in luce una incompatibilità logica tra i modelli per i quali Stiglitz ha vinto il Nobel e la spiegazione da bassi salari che egli stesso ha dato della crisi. Sarebbe bello se potessimo un attimo concentrarci su questo specifico punto, che mi pare piuttosto interessante”.
    Così, tuttavia, l’oggetto del convengno muoverebbe da una premessa ipotetica: se fosse esatto che la crisi trova la sua causa prima nei bassi salari, sarebbero ancora accettabili le teorie dominanti? Certamente un tema interessante, che peraltro in caso di risposta negativa (non sarebbero accettabili) scalfirebbe poco o per niente le teorie dominanti, ai sostenitori delle quali basterebbe osservare che la premessa è indimostrata e soltanto ipotetica.

    2) Più interessante, e comunque preliminare ad una effettiva critica delle teorie dominanti, sarebbe indagare se la tesi che individua la causa prima della crisi nei bassi salari sia fondata.
    L’obiezione di Giulio Zanella – il quale si è domandato: se la riduzione dei salari prosegue da tempo, come mai la crisi si è verificata soltanto nel 2007? – non mi sembra decisiva, perché la medesima obiezione si potrebbe rivolgere alla politica di espansione del credito/debito: se la enorme espansione del credito proseguiva da decenni, come mai la crisi si è verificata soltanto nel 2007?
    Piuttosto mi sembra che la tesi che individua la causa prima della crisi nella continua erosione dei salari (io direi più in generale dei redditi da lavoro, compresi i redditi medi dei commercianti e dei professionisti), sia tenuta a rispondere ad un’altra obiezione, che vado ad esprimere.
    La riduzione dei salari ha davvero comportato una diminuzione della domanda di acquisti di beni e servizi di consumo? Non posseggo dati, ma credo che la risposta negativa si imponga alla sguardo dell’osservatore. La diminuzione dei redditi da lavoro è diminuita in misura meno che proporzionale rispetto alla riduzione del risparmio ( mi sembra che si tratti di 30 punti in percentuale in quindici anni in Italia) e all’aumento del credito al consumo. Poche domande retoriche dovrebbero convincere della mia osservazione: le spese per telefonia delle famiglie sono aumentate o diminuite (in proporzione ai redditi) negli ultimi quindi anni? Quanti studenti fuori sede si recavano in automobile nella città in cui studiavano nel 1989 e quanti studenti fuori sede hanno l’automobile oggi? La spesa per vacanze è diminuita o è aumentata in misura più che proporzionale alla riduzione dei salari? Come mai i negozi dei piccoli paesi, non più frequentati dai giovani, che acquistano abiti firmati, sono stati costretti a chiudere (o stanno chiudendo) mentre un tempo potevano resistere perché i cittadini essendo disposti a spendere meno si recavano presso di essi per acquisti? Quanto spendono i giovani dal venerdì sera alla domenica in proporzione ai redditi, propri o dei genitori e quanto spendevano, sempre in proporzione, venti anni fa? E si potrebbe continuare all’infinito.
    Mi sembra insomma che la riduzione dei salari non ha implicato nella maniera più assoluta una riduzione dei consumi, sia tra i ceti bassi, sia tra i ceti mediobassi, sia tra i ceti medi. E ciò per tre fenomeni: 1) la formazione di rendite, più o meno alte, in tutti i ceti sociali (esistono operai che hanno ereditato la propria abitazione più un abitazione che danno in locazione, più somme di denaro); 2) la enorme riduzione del risparmio, che da noi è ancora positivo, pur essendo diminuito di trenta punti in percentuale in pochi anni, ma che nei luoghi in cui è sorta la crisi è ampiamente negativo (in Zygmunt Bauman, Capitalismo parassitario, Bari, 2009, che, per chi fosse interessato ho recensito a questo indirizzo http://www.appelloalpopolo.it/?p=892,si trova scritto che in Gran Bretagna “il debito al consumo non rimborsato ha superato il totale del prodotto interno lordo”); 3) l’esplosione del credito al consumo, che ha avuto aumenti, in percentuale, a due cifre dal 1991 al 2007 (9% nel 2008 e pressoché nessun aumento nel 2009) e in generale dell’indebitamento dei cittadini e delle imprese, il quale è stato perseguito dal legislatoore, dalla giurisprudenza e dalla dottrina giuridica in tutti i modi: riduzione della riserva obbligatoria, che un tempo raggiungeva anche il 25%; generalizazione del sistema bancomat/carta di credito, il quale ha fatto notevolmente aumentare i depositi dei cittadini (gli stipendi sono accreditati presso le banche e dunque sono depositati e passano da un deposito all’altro quando paghiamo con bancomat e carta di credito) e con essi la quantità di crediti/debiti creabile dal sistema finanziario; abrogazione dell’equo canone e politica di bassi tassi di interesse, che ha fatto moltiplicare assurdi mutui trentennali, eventualmente anche a tassso variabile, agevolati anche da false perizie che le banche chiedevano ai periti; promozione e tutela del credito al consumo (assurdamente tutelato più del credito per investimenti); promozione di rottamazioni di autovetture e quindi di altri debiti, tramite finaziamenti “finalizzati”; introduzione di carte di credito revolving; introduzione di norme volte a rendere valido il contratto di leveraged buy-out; sostituzione della millenaria fideiussione con i contratti autonomi di garanzia, anche essi reputati validi (per me sono invalidi); diffusione del leaseback, della cui validità si deve ancora dubitare; cartolarizzazioni immobiliari; norme che hanno dichiarato inapplicabile l’art. 1933 cod. civ. (relativo alle scommesse) agli swap (così si può scommettere sulla entità del debito/credito).
    In conclusione, se la diminuzione dei salari non ha implicato nella misura più assoluta una diminuzione della domanda di beni e servizi di consumo, per il concorso dei tre fenomeni che ho indicato, in che modo e in che senso si può sostenere che essa sia stata la causa prima della crisi? Se non si risponde a questa preliminare domanda, mi sembra che non valga nemmeno la pena di sollevare la domanda oggetto del convegno: se fosse esatto che la crisi trova la sua causa prima nei bassi salari, sarebbero ancora accettabili le teorie dominanti?
    La risposta alla mia domanda preliminare avrebbe dovuto darla Stigliz. Chiedo a Brancaccio se sa ipotizzare una risposta. Io, che non sono un economista, non sono nemmeno in grado di formulare una astratta ipotesi da sottoporre al vaglio degli economisti.
    Ringrazio anticipatamentee gli economisti che vorranno rispondere al mio quesito o almeno “correggere” qualche passsaggio del mio ragionamento.

  • Giulio Zanella scrive:
    L’obiezione di Giulio Zanella – il quale si è domandato: se la riduzione dei salari prosegue da tempo, come mai la crisi si è verificata soltanto nel 2007? – non mi sembra decisiva, perché la medesima obiezione si potrebbe rivolgere alla politica di espansione del credito/debito: se la enorme espansione del credito proseguiva da decenni, come mai la crisi si è verificata soltanto nel 2007?

    L’epansione del credito e la conseguente bolla immobiliare erano in atto da circa 7-8 anni, non da decenni (vedi questo mio vecchio post). L’osservazione sui salari bassi che ci sono sempre stati era una richiesta di spiegazione su come una crisi causata dall’insolvenza di famiglie indebitate possa essere stata innescata dai bassi salari.

    La citazione da Fitoussi e Stiglitz non aiuta: se cambia la distribuzione del reddito mentre un’economia cresce, anche se il salario mediano e’ lo stesso, il potere d’acquisto dei gruppi che si impoveriscono in termini relativi puo’ ben rimanere costante in termini assoluti, come ho dimostrato con l’esempio numerico in un precedente commento.

  • Giulio, il paragone tra critica behavioral e critica neoricardiana non regge.
    La prima, a differenza della seconda, si concentra sulle premesse descrittive dell’analisi (il comportamento “razionale” degli agenti economici), mentre la seconda critica la coerenza logica della costruzione neoclassica. Per dirla in altro modo: la teoria behavioral non intacca la validità del paradigma neoclassico date le sue premesse. La critica neoricardiana per affermarsi richiede l’abbandono del paradigma neoclassico, con cui è incompatibile. Inoltre, la critica behavioral è per sua natura basata sul confronto tra evidenza empirica e teoria, mentre la critica neoricardiana è eminentemente logico/teorica.
    Tutto ciò per dire che, comunque la si pensi, la storia dell’approccio behavioral e l’analisi del modo in cui si sta affermando non può essere portato ad esempio sulla base del quale giudicare l’efficacia di altri approcci.
    Peraltro, non credo che tu possa sostenere in buona fede che l’affermazione dell’approccio neoclassico (qualche decennio fa) c’è stata sulla base dell’evidenza empirica.

  • Stefano D'Andrea scrive:

    Ringrazio Giulio Zanella per la risposta e mi permetto di chiedere una precisazione.
    Se è vero, come si legge nel libro di Bauman e come è capitato sovente di leggere in articoli di giornali, che in Gran Bretagna “il debito al consumo non rimborsato ha superato il totale del prodotto interno lordo”; e se è vero, come pure è capitato di leggere innumerevoli volte, che anche negli USA mediamente il singolo cittadino ha un debito superiore alle entrate annue, come si può sostenere che l’espansione del credito si è avuta negli ultimi sei o sette anni?
    La soluzione di politica economica non dovrebbe essere quella di promuovere un risparmio e cioè di far si che i cittadini inglesi e statunitensi abbiano mediamente, su un reddito di 100, un risparmio almeno di 20, anziché un debito di 110? Se si volesse perseguire questo risultato, non si sarebbe costretti ad aumentare i redditi da lavoro (oltre a diminuire comunque i consumi)? C’è una correlazione tra la progressiva erosione dei redditi da lavoro e il progressivo aumento dell’indebitamento dei cittadini? Forse il problema è stato che il debito ha in parte compensato il reddito e per altra parte ha foraggiato una domanda che non avrebbe dovuto esservi?

  • Emiliano Brancaccio scrive:

    Caro Giulio,

    1) tu scrivi: “…se il laboratorio non soddisfa i requisiti necessari a condurre esperimenti validi (in questo caso se non riproduce cio’ che e’ gia’ accaduto) devi buttarlo giu’ e farne un’altro…”. Se per “farne un altro” intendi pure un bel ‘make-up’ della funzione di utilità, allora siamo perfettamente d’accordo. Era infatti esattamente questo che ci facevano fare a Londra. Ma se è così la verità è che si procede per ritocchi, al limite persino di non osservabili. In questo senso la critica di Summers è ineccepibile: anche accettando un impianto rigidamente falsificazionista, siamo ancora ben lontani da un discorso scientifico, specialmente nel senso ‘duro’ che mi pare tu evochi.

    2) Tu scrivi: “…il testo di Fitoussi-Stiglitz che citi parla di “cambiamenti strutturali nella distribuzione del reddito“, e il reddito di chi lavora si chiama salario….”. Si, a grandi linee risulta anche a me che si chiami così… Ma ti confesso che continuo a non capire perchè vuoi indagare solo ed esclusivamente all’interno della distribuzione dei salari. Nel loro intervento F&S si riferiscono chiaramente alla complessiva distribuzione funzionale del reddito, e in particolare alla distribuzione tra redditi da capitale e redditi da lavoro. Mi rendo conto che per molti anni si sia steso un velo sulla questione, ma mi pare interessante che oggi si provi a risollevarlo. Spero se ne possa discutere…

    Per Stefano D’andrea:

    Per quanto i fattori da Lei elencati possano avere allargato la forbice tra andamento dei consumi e andamento dei redditi da lavoro, è difficile ritenere che possano aver compensato del tutto la caduta relativa di questi ultimi. Ad ogni modo vorrei chiarire che la tesi della ‘crisi da bassi salari’, per intenderci, è solo una delle interpretazioni che verranno avanzate nel corso del convegno. Alcuni colleghi reputano il fenomeno importante ma non sufficiente, e io credo abbiano in buona misura ragione. Mi scuso per la brevità della risposta, ma l’ora è tarda e le cose da fare sono ancora tante. Un saluto a tutti.

  • Giulio Zanella scrive:

    Massimo, non ho paragonato il contenuto o la natura delle due critiche ma il loro comune status di teorie eterodosse rispetto agli assiomi neoclassici. Ancora oggi la behavioral economics ha acerrimi nemici e denigratori all’interno della professione. E comunque entrambe le critiche, se accettate intaccano la validita’ del paradigma neoclassico. Infatti, sotto questo punto di vista, dire che non puoi scrivere f(k) e f’(k)=r perche’ misurare k richiede di conoscere r (e anche questo si basa su assiomi a loro volta criticabili, perche’ devi escludere che k(f’(k)) abbia un unico punto fisso) e’ come dire che non puoi scrivere max u(c) perche’ non e’questo quello che la gente fa.

    Eppure la behavioral economics ha sfondato. Io ho suggerito che ha sfondato perche’ criticava costruendo e producendo evidenza, e che poteva competere senza essere imbavagliata da un presunto monopolio neoclassico. E chi l’ha detto che la critica neoricardiana debba essere logico/teorica? Forse era cosi’ ai tempi di Sraffa, cosi’ come la behavioral era una critica logico/teorica ai tempi di Simon. A mio modo di vedere, insomma, non ci sono scuse per rimanere ai margini della professione.

    Non so quando l’approccio neoclassico si sia imposto (Jevons? Menger? Marshall?) ma di sicuro cose come, negli anni 50, il modello di crescita di Solow o la permanent income hypothesis di Friedman, per dirne due, si sono imposte perche’ si preoccupavano della teoria da un lato e di accomodare conti nazionali o household budget data dall’altro.

  • Giulio Zanella scrive:

    Stefano, la tua osservazione e’ giusta ma io stavo parlando di credito immobiliare, non al consumo. La promozione del risparmio (cioe’ il non consumo) non e’ necessariamente la cosa migliore per un’economia avanzata aperta, lo prova la stagnazione ventennale del Giappone.

  • Giulio Zanella scrive:

    Emiliano:

    (1) Puoi cambiare le forme funzionali, o le ipotesi, o tutto l’impianto teorico, non ha importanza. Quello che e’ importante e’ essere costretti a ripensare il proprio modello se il confronto con l’evidenza con lo rigetta.

    (2) Mi sono concentrato sui salari perche’ nel tuo post parlavi di “tesi dei bassi salari” (ultimo paragrafo). Comunque le stesse difficolta’ ci sono se si guarda alla distribuzione del reddito: e’ una diminuzione del reddito assoluto che fa ridurre la domanda, non una diminuzione del reddito relativo. Anzi, ci sono teorie tipo relative consumption per cui se il tuo reddito va sotto quello degli altri per cui loro consumano di piu’ la tua domanda aumenta!

  • Antonella Stirati scrive:

    Due parole sulla questione dei salari, su cui mi sembra ci sia un pò di confusione. La premessa teorica del ragionamento è che il livello di reddito e di occupazione dipendono dalla domanda effettiva, non solo nel breve periodo ma anche nel lungo periodo (cioè la teoria del reddito di Keynes ci serve anche per spiegare il livello di equilibrio di lungo periodo del reddito e la sua crescita nel tempo).
    La premessa empirica è molto semplice: le famiglie/individui a reddito relativamente più basso hanno una propensione al consumo più alta. Poichè la grande maggioranza dei salariati sono a reddito relativamente basso (relativamente cioè, ai percettori di redditi da capitale), se la quota di reddito complessivo prodotto che va ai salariati diminuisce questo significa che diminuisce nel complesso la propensione al consumo della collettività, e quindi la domanda effettiva.
    Naturalmente in vari periodi la caduta di domanda che nasce da una crescita della produttività maggiore della crescita dei salari può essere compensata da vari altri meccanismi, espansione del credito, guerre, spesa pubblica, imperialismo…
    Ci vediamo il 26, immagino,
    un caro saluto a tutti,
    Antonella

  • Emiliano Brancaccio scrive:

    Caro Giulio,

    1) è quell’esser ‘costretti’ che mi convince poco. Se Campbell propone una modifica della funzione obiettivo dell’agente rappresentativo per rendere compatibile il rapporto utili/prezzi azionari con i fondamentali, o se Lo stabilisce che da un certo momento in poi si verifica un break spiegabile con un mutamento esogeno del saggio di preferenza intertemporale, restiamo su un terreno che eufemisticamente definirei scivoloso sul piano scientifico. Del resto, circa il rapporto fra teoria economica e dati Leontief aveva suggerito tutt’altra strada. Forse può essere utile provare a riconsiderarlo (W. Leontief, Introduction to Eichner A. S. (edited by) (1983), Why Economics is not yet a science, Macmillan, London).

    2) La mia obizione non si riferiva al tuo concentrarti sui salari, ma al tuo concentrarti sulla sola ‘distribuzione interna’ ai salari. Inoltre, adoperando uno schema keynesiano con ipotesi classica di risparmio si può tranquillamente stabilire un nesso preciso tra distribuzione del reddito e scala assoluta del reddito.

    Sono molto lieto di essermi intrattenuto in questa discussione, che personalmente ho trovato interessante. Non voglio tuttavia abusare ulteriormente di questo spazio, anche perchè a questo punto credo siano chiare le rispettive posizioni teoriche e i relativi elementi di criticità. Mi auguro che ci si possa ritrovare al convegno di martedi e mercoledi, e magari provare in quella sede a sviluppare qualcuno dei ragionamenti ai quali abbiamo qui accennato.

    Un caro saluto
    Emiliano

  • Stefano D'Andrea scrive:

    Chiedo alla sempre acuta Antonella Stirati, che leggo ogni volta che mi imbatto in un suo articolo:

    1) le entrate di un professionista, che fattura cinquantamila euro e ha spese per diecimila sono un reddito da lavoro o da capitale? E quelle di un professionista che ha spese per trecentomila (con soli sei dipendenti)e fattura due milioni di euro sono un reddito da lavoro o da capitale? E le entrate di due coniugi commercianti che lavorano complessivamente 130 ore a settimana (la domenica vanno a fare acquisti) ed hanno in negozio merci di valore pari a 300.00 euro ma sono esposti con le banche per 200.000 euro (essenzialmente hanno acquistato le merci con il denaro prestato dalle banche) e, detratte le spese, hanno un reddito complessivo di settantamila euro, sono redditi da lavoro o da capitale? Per me sono tutti redditi da lavoro (anche se alcuni molto alti) ma nelle statistiche dove vengono collocati?

    2) Quando scrivi “Naturalmente in vari periodi la caduta di domanda che nasce da una crescita della produttività maggiore della crescita dei salari può essere compensata da vari altri meccanismi, espansione del credito, guerre, spesa pubblica, imperialismo…” non credi che indichi cause di compensazione eterogenee, nel senso che 1) guerre e imperialismo non aumentano i redditi da lavoro (se non per una percentuale bassissima di lavoratori); 2) la spesa pubblica compensa la minor crescita dei salari con una quantità maggiore di salariati; 3) mentre l’espansione del credito al consumo concorre ad impoverire ulteriormente i cittadini?

    3) Se è vero, come è vero, che una percentuale piuttosto bassa della nuova generazione riuscirà a realizzare economicamente ciò che hanno realizzato i genitori, ciò è dovuto più alla discesa dei salari (io dico redditi da lavoro) o all’aumento spropositato irragionevole compulsivo dei consumi rispetto ai redditi?

    4) Se anche non vi fosse stata la discesa dei redditi da lavoro, siamo certi che un lavoratore (che stiamo ipotizzando avere il reddito che aveva il padre trenta anni prima) potrebbe permettersi una autovettura superiore a quella che acquistò il padre; di andare in vacanza tutti gli anni, mentre il padre non andava; di spendere cento euro al mese per il telefonino, mentre il padre non li spendeva; di non acquistare abiti al mercato, dove li acquistava il padre; di acquistare frutta, verdura, conigli e polli, quando il padre li coltivava nel dopo lavoro; di spendere cento euro al mese per la palestra, mentre il padre si manteneva in forma con il produttivo orto? Da dove vengono fuori i soldi per questi beni in più o più costosi, se non dalla rendita derivante dal piccolo capitale che il padre ha accumulato e/o dal credito/debito contratto per futili motivi?

    Per me è evidente che la politica di indebitamento dei cittadini, generalmente perseguita negli ultimi anni sulla scia dell’esempio disastroso degli Stati Uniti e della Gran Bretagna (“capitalismo maturo” era quello in cui i cittadini erano indebitati cronici, da disintossicazione), attenua il conflitto sociale e rende più difficile comporlo con una equilibrata politica dei redditi. In Italia essa è incostituzionale, perché la Costituziona dice che “La Repubblica tutela e incoraggia il risparmio” (lo incoraggia, non lo tutela soltanto). Ed è nemica di ogni prospettiva di emancipazione: può emanciparsi soltanto chi risparmia (di ciò la borghesia ottocentesca era assolutamente cosciente, direi che per essa era lapalissiano). Un uomo che ha debiti superiori alle entrate annue non potrà mai appartenere ad una categoria di uomini corrispondente al vecchio proletariato cosciente. Sarà necessariamente parte del moderno lumpenproletariat. E’ il peggior nemico dei progetti di emancipazione, che quindi, paradossalmente, non passano tanto o soltanto per il recupero (sacrosanto) dei redditi da lavoro, bensì soprattutto e prioritariamente per la promozione del risparmio. Giulio Zanella, in un commento precedente, è stato dell’opinione che la riduzione del consumo (il risparmio) non è necessariamente la soluzione “per un’economia avanzata aperta” e ha addotto l’esempio del Giappone. Se è nel vero, forse l’emancipazione dei ceti a reddito basso passa per una economia un pò meno avanzata e non aperta?

  • Antonella Stirati scrive:

    Caro Stefano, molte delle questioni che sollevi riguardano giudizi sul funzionamento del mondo e della società in generale che sono troppo ampi per discuterli qui (ben volentieri a voce). Io non volevo parlare del mondo in generale ma solo di qual’è il nesso tra distribuzione del reddito e formazione della domanda effettiva. Quando parlavo quindi di effetti di controbilanciamento delle guerre o del credito, non intendevo sui salari, ma sulla domanda effettiva, che è composta non solo dai consumi finanziati dal reddito (che diminuiscono se diminuisce la quota di reddito che va ai salari), ma anche come ben sappiamo dalla spesa pubblica e dai consumi “autonomi”, finanziati dal credito.
    Per quanto riguarda i redditi dei professionisti ecc. il problema non è certo nuovo. Sul piano concettuale si può pensare che all’interno di uno stesso reddito si può distinguere tra reddito che deriva dall’attività lavorativa e reddito che deriva dalla proprietà di capitale fisico (per es. le macchine dell’ambulatorio dentistico) e umano (le spese sostenute per studiare). Empiricamente naturalmente non è facile, e si segue la seguente convenzione: Dai dati di contabilità nazionale (non delle dichiarazioni dei redditi!) si ricava il reddito medio di un lavoratore dipendente in un dato settore, o nell’economia nel suo insieme, e lo si attribuisce come reddito da lavoro anche ai lavoratori autonomi dello stesso settore. Ciò che rimane sono i redditi “non da lavoro” al lordo delle imposte (come anche quelli “da lavoro”) e degli ammortamenti. La quota dei redditi da lavoro sul PIL così definita è diminuita di circa 15 punti in Italia dalla fine degli anni 70 ad oggi. Questo non richiede necessariamente che i salari siano diminuti in potere d’acquisto in termini assoluti, ma significa senza possibilità di dubbio che l’aumento di prodotto per lavoratore che si è realizzato sia andato “in tasca” a qualcun altro, cioè ai percettori dei vari tipi di reddito che stanno fuori dai redditi da lavoro come definiti sopra. La contabilità nazionale non ci consente di dire altro su a chi sono andati questi soldi. Altre fonti sulla distribuzione personale del reddito (Banca d’Italia) ci dicono per esempio che sono aumentati molto i redditi dei lavoratori autonomi rispetto a quelli dei lavoratori dipendenti…tuttavia, dal punto di vista strettamente macroeconomico e di formazione della domanda aggregata tutto quello che conta è che se questi redditi “non da lavoro” come definiti sopra sono andati PREVALENTEMENTE a soggetti con un reddito relativamente elevato, questo ha avuto effetti negativi sui consumi e quindi sulla domanda effettiva.

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