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  • Destra e sinistra: chi vuole davvero le liberalizzazioni?   di Filippo Belloc e Antonio Nicita

    Una delle caratteristiche distintive della trasformazione economica delle economie occidentali è l’ondata di liberalizzazioni e privatizzazioni che le ha attraversate negli ultimi 30 anni.

    Comunemente, domina l’idea che siano stati i governi “di destra” a trainare questo processo, in quanto inspirati per tradizione da una ideologia politica pro-mercato. All’opposto, i governi “di sinistra” sarebbero restii ad abbattere le barriere (legali e sostanziali) che sono all’entrata dei mercati, ed anzi ostacolerebbero questo processo.

    A ben guardare, l’esperienza delle liberalizzazionidelle industrie a rete nei Paesi OECD fornisce tuttavia un quadro assai diverso: da una lato non vi è la presunta ostilità della sinistra verso le liberalizzazioni, dall’altro esce assai ridimensionato il favor della destra per il libero mercato.

    In Italia, per guardare in casa nostra, è stata la coalizione di centro-sinistra, nel 1997, ad iniziare il processo di liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni, con la legge 249/97 che, tra le altre cose, ha istituito l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM). Analogamente, è stato sempre un governo di centro-sinistra a liberalizzare in modo sostanziale il settore elettrico poco più tardi (con il decreto 79/99, meglio noto come “Decreto Bersani”), un settore che fino ad allora era di fatto monopolistico. E le politiche di liberalizzazione volute dalla sinistra non si sono limitate a questi due soli esempi. La Figura 1 mostra un quadro più completo.

    Fonte: Belloc e Nicita (2010)

    Mentre sulle ascisse sono indicati gli anni dal 1970 a oggi, sull’asse delle ordinate è misurata la liberalizzazione, calcolata attraverso un indice composto (da 0 a 6) fornito dall’OECD che misura l’assenza di barriere all’entrata in sette industrie a rete (trasporto aereo, telecomunicazioni, energia, gas, poste, strade e autostrade, e ferrovie). Accanto a ogni punto, una sigla indica il colore del governo (L = sinistra, R = destra, NC = centro o altro). Guardando la figura, non può non sfuggire che siano stati prevalentemente i governi di sinistra a guidare la liberalizzazione delle industrie a rete.

    Chi segue le vicende economiche e politiche del nostro Paese non sarà rimasto stupito, probabilmente, dal grafico. Ma forse si sorprenderà nel sapere che l’esperienza italiana non fa da eccezione a quella degli altri Paesi OECD.

    I dati OECD mostrano che i governi di sinistra o coalizioni di centro-sinistra sono stati particolarmente attivi nell’abbattere le barriere all’entrata dei mercati in Australia, Canada, Danimarca, Francia, Olanda, Norvegia, Svezia, e Stati Uniti, tra molti altri. E nell’ultimo decennio, le politiche di liberalizzazione volute dalla sinistra si sono dimostrate essere di gran lunga più incisive di quelle promosse dalla destra. La Figura 2 descrive questo con chiarezza.

    Fonte: Belloc e Nicita (2010)

    Sull’asse delle ordinate è rappresentata l’intensità delle politiche di liberalizzazione, misurata attraverso gli scatti, di anno in anno, nel valore dell’indice di liberalizzazione utilizzato per la Figura 1. Tali scatti, inoltre, sono espressi come media di 30 Paesi OECD.

    Vengono alla luce, così, due cose. Primo, fino al 2000 destra e sinistra hanno promosso politiche di liberalizzazione più o meno con la stessa intensità (ma la destra sembra essere stata, seppur di poco, relativamente più attiva). Secondo, dopo il 2000, la sinistra ha superato la destra nell’intensità delle politiche adottate. In particolare, mentre l’attivismo della sinistra è andato crescendo, quello della destra è diminuito progressivamente. Dopo il 2005, infine, sia destra che sinistra hanno praticamente smesso di liberalizzare le industrie a rete, semplicemente perché le industrie a rete erano ormai completamente liberalizzate in quasi tutti i Paesi OECD.

    E’ certo che anche altre variabili, diverse dal colore del governo in carica, hanno incoraggiato la liberalizzazione dei mercati: ad esempio, la nascita dell’Unione Europea, la composizione e forza in parlamento dei governi, o altre caratteristiche economiche e istituzionali dei Paesi.

    Tuttavia, come abbiamo mostrato in un recente lavoro (Belloc e Nicita, 2010), l’effetto positivo dei governi di sinistra (rispetto a quello di governi di altro colore) sul livello osservato di liberalizzazione è statisticamente significativo anche al netto dell’effetto di tutte queste altre potenziali determinanti.

    Diverse ipotesi possono essere avanzate per spiegare questa evidenza.

    1. La sinistra potrebbe adottare politiche pro-mercato, benché esse siano tradizionalmente di destra, perché le politiche pro-mercato sono oramai diventate un “dovere” per i governi, a prescindere dal loro colore.
    2. La sinistra potrebbe aver scelto di adottare quelle politiche che sembrano più lontane dalla propria ispirazione ideologica, per aumentare la sua credibilità nelle promesse elettorali, in un gioco strategico con la destra.
    3. La sinistra potrebbe cercare di attrarre a sé, sottraendoli alla destra, i voti del cosiddetto elettore mediano, in genere diffidente dei monopoli.
    4. La sinistra potrebbe scegliere di adottare politiche pro-mercato, quando, in coalizioni eterogenee, questo è il prezzo per poter attuare politiche redistributive.
    5. Le politiche pro-mercato (e le liberalizzazioni in particolare) potrebbero essere “di sinistra”, come sostenuto da Alesina e Giavazzi (2007) nella misura in cui esse stesse favorisco la redistribuzione dei redditi e la riduzione della disuguaglianza.

    Non vogliamo qui indicare nessuna spiegazione come più veritiera o plausibile delle altre e rinviamo alla nostra ricerca per una discussione approfondita. Vogliamo però stuzzicare quel monolite ideologico, che per tradizione e (ci pare) non per i fatti, descrive una destra amica dei mercati e una sinistra, su questo, lenta e conservatrice.

    Proprio qualche settimana fa, il presidente dell’antitrust Catricalà scriveva al Governo invitandolo a rilanciare le liberalizzazioni. I nostri dati suggeriscono che dovrà aspettare.

8 commenti

  • Simona Benedettini scrive:

    Trovo molto interessante l’articolo di Filippo e Antonio non solo per l’argomento trattato, molto attuale e dibattuto come loro stessi sottolineano, ma anche per il contributo, rilevante, che esso fornisce rispetto alla letteratura esistente. L’analisi empirica dell’articolo ha infatti il vantaggio, se confrontata con altri lavori sull’argomento (ad es. Pitlik (2007) e Potrafke (2010)), quello di considerare un orizzonte temporale assai più ampio così come un campione di paesi ben più vasto. Queste caratteristiche fanno sì che Filippo ed Antonio possano, rispetto alla letteratura esistente, individuare in modo maggiormente conclusivo, o quanto meno più robusto, la relazione tra colore politico dei governi e scelta privatizzazione/liberalizzazione.
    Una domanda che vorrei porre ad entrambe è se, in una futura estensione del loro articolo, abbiano intenzione di testare quale possibile ipotesi esplicativa dei propri risultati quella della cattura del regolatore. In altri termini, se i governi di destra tendano a privatizzare anzichè liberalizzare di più poichè maggiormente soggetti a cattura da parte degli incumbent. E’ certo un’ipotesi delicata da considerare ma non mancano tuttavia articoli in letteratura, per esempio con riferimento al settore energetico, che investigano la relazione tra attività di lobbying e tipologia dei modelli di liberalizzazione/privatizzazione.

  • Sì, l’illustrazione fornita a livello nazionale mi pare convincente. Sarebbe però interessante – per capire se c’è stato un salto “ideologico” – studiare cosa succede a livello comunale/provinciale/regionale. Cioè capire se le amministrazioni di sinistra nei temi di loro competenza (che sono molto ampi) hanno favorito più o meno le liberalizzazioni rispetto al centro-destra. Secondo me, potremmo trovare delle sorprese e molte contraddizioni.

  • Antonio Del Bello scrive:

    Forse sarebbe anche opportuno definire il termine liberalizzazione, per capire se un monopolio pubblico viene rotto e si rende il settore contendibile al mercato, o se viceversa si affida un monopolio pubblico in mani private, fornendo in buona misura tutte le precedenti barriere.
    Forse non è proprio la stessa cosa.

  • Antonio Nicita scrive:

    Intanto una risposta a Antonio Del Bello: nel post e nel paper intendiamo come liberalizzazione contendibilità del mercato senza privatizzazione, come generalmente si assume. La privatizzazione non implica liberalizzazione. Sono due concetti diversi e a questo – e alla sua misurazione – dedichiamo un altro paper presto in uscita. Sui commenti di massimiliano e simona torniamo a breve.

  • Giusto per essere più chiaro sulla mia considerazione. Ormai molti settori economici sono di competenza regionale, provinciale e comunale. Secondo me, per avere una conferma o meno della spostamento “ideologico” bisognerebbe investigare anche cosa si fa “politicamente” a livello più decentrato (che poi spesso è dove si fanno le politiche più concrete). Presumo che su alcuni settori (es. scuola, servizi sociali, sanità) esistano anche dei dati completi.

  • Filippo Belloc scrive:

    Simona, il punto che segnali è molto importante. Nella nostra idea, infatti, è probabilmente proprio un gioco strategico tra destra e sinistra, sui due fronti liberalizzazione e privatizzazione, alla base della evidenza empirica che osserviamo. Per una risposta più precisa su ciò che spinge la destra verso le privatizzazioni e la sinistra verso le liberalizzazioni rimandiamo però, come anticipava Antonio, ad un secondo paper in uscita, che affronta questo punto. La questione dell’incumbent è qui un po’ più articolata che altrove, infatti a seconda che prima si liberalizzi e poi privatizzi o viceversa, si può passare attraverso scenari molto diversi in cui l’incumbent è un monopolista pubblico/privato in un mercato con/senza barriere.

    Anche dal suggerimento di Massimiliano si potrebbero tirare fuori varie linee di ricerca, se si pensa infatti alle varie materie di competenza delle amministrazioni locali. Per ora, abbiamo considerato le network industries a livello nazionale, infatti ci interessava un’analisi di comparazione internazionale. Non sono sicurissimo, però, che lo spostamento ideologico (se c’è) sia rintracciabile più facilmente a livello locale che a quello nazionale. Spesso le decisioni prese dalle amministrazioni locali hanno a che fare con piccoli gruppi di interesse e dinamiche locali, che a volte prendono il sopravvento sull’ispirazione ideologica del partito che governa quello specifico territorio. Come dici tu, da uno studio sul comportamento delle amministrazioni locali probabilmente verrebbero fuori molte contraddizioni!

  • Federico Parmeggiani scrive:

    Davvero molto interessante Il contributo di Antonio e FIlippo.
    Da una mera prospettiva politico-culturale, l’unica risposta che mi sento di azzardare è che forse il vecchio e tradizionale paradigma da voi smentito, cioè quello della destra mercatista e della sinistra protezionista è realmente valido solo se come destra si considera quella liberale di derivazione anglosassone, quindi quella che ha avuto come ultimi esponenti di spicco il binomio Thatcher- Reagan. Una simile classificazione credo in effetti non si addica ad esempio ai paesi europei continentali e all’Italia, nei quali la destra, spesso erede di regimi dittatoriali che in economia si ispiravano al socialismo, era innanzitutto popolare/populista e nazionalista.
    Pensiamo solo a DeGaulle e alle sue posizioni tendenzialmente antiamericane, o alla nostra Democrazia Cristiana, coacervo di un centrismo popolare che si ispirava ad una visione – quella cattolica – che almeno in teoria ha sempre condannato il mercato e il modello capitalista.
    Come poteva nascere concretamente una cultura mercatista in un Italia in cui il centrodestra era sempre stato di matrice cattolica e le sinistre di matrice socialista-comunista?
    Credo inoltre che le sinistre italiane abbiano virato verso le liberalizzazioni solo dagli anni 90, ossia da quando hanno preso come modello le politiche labour inglesi. In questo senso Tony Blair credo sia stato un precursore in Europa, rappresentando l’incarnazione di una liberal-democrazia capace di coniugare una concezione di mercato libero e contendibile che però non rinunciava ad un sistema di welfare pubblico.
    Poi, forse, relativamente al caso italiano si potrebbe aggiungere anche la componente culturale dei ceti politici, che ha visto nei partiti di centrosinistra economisti con un background internazionale ed europeista (pensiamo solo a Prodi…), mentre i partiti di centrodestra erano composti per lo più da esponenti della piccola imprenditoria italiana che vendevano con timore e sospetto i mercati globali e appoggiavano tendenzialmente delle politiche proibizioniste (si pensi solo ai famosi dazi invocati a gran voce da Tremonti anni fa..).
    In ogni caso credo che il tema sia interessantissimo, in quanto consente un’analisi che abbraccia diverse discipline (economia, politica, diritto internazionale, finanziario e costituzionale). Davvero complimenti agli autori – che saluto – e se ci saranno estensioni ulteriori dell’indagine sarò molto curioso di leggerle.

  • Filippo Belloc scrive:

    Caro Federico, grazie per i commenti.
    In generale si può dire che fino agli anni ‘90 sia destra che sinistra sono state poco attive nel liberalizzare i mercati in quasi tutti i Paesi (con qualche eccezione – ad esempio a favore dei Democratici negli USA e dei conservatori in Inghilterra –). E’ verissimo, come dici tu, che la sinistra Italiana ha virato verso le liberalizzazioni dopo il 1990 (prima non era mai stata al governo, ma comunque la liberalizzazione dei mercati non era probabilmente nei suoi programmi…). Ciò che stupisce è che questa virata l’abbiano fatta anche le sinistre di molti altri Paesi OECD.

    Dici che la destra italiana sarebbe restia a liberalizzare perché sostenuta da una piccola imprenditoria timorosa nei confronti dei mercati globali. Però se parliamo di industrie a rete, in un contesto nazionale, le piccole imprese dovrebbero avere un certo interesse a che si aprano nuovi spazi sul mercato. Inoltre, anche altri paesi europei mostrano un comportamento di destra e sinistra simile al caso italiano, avendo però strutture industriali ben diverse… Forse sotto a queste evidenze c’è una dinamica più generalizzabile, come una (o più) delle 5 accennate nel post.

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