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  • Passato, presente e futuro dell’Europa   di Sergio Cesaratto

    La situazione europea quale è venuta emergendo in queste settimane è preoccupante, non solo per la serietà della situazione, quanto per la cocciutaggine dei politici europei che l’han determinata, e della corte di economisti che l’appoggia, nel prescrivere ulteriori dosi di una medicina sbagliata. Gli economisti possono far poco, ma una denuncia intellettuale degli errori che si continuano a compiere sarebbe utile. E’ curioso come gli economisti americani praticamente di ogni orientamento siano consapevoli di dove giacciano i problemi europei, mentre solo il gruppo intellettuale che per comodità definiremo Harvard-Bocconi se ne distacca.

    Il (recente) passato

    Che l’Unione monetaria europea (UME) sia alla base dei presenti squilibri è assodato, persino negli studi ufficiali della Commissione Europea (Cesaratto 2010A).

    Possiamo individuare due assi attorno ai quali tali squilibri si generano.

    1. la Germania ha perseguito una deliberata strategia di deflazione competitiva, in altri termini ha fatto crescere attraverso la moderazione salariale (non tanto attraverso aumenti di produttività) la propria competitività a discapito dei concorrenti. V’era un patto implicito nell’Emu, un obiettivo di inflazione del 2%. La Germania si è tuttavia tenuta costantemente sotto l’obiettivo spiazzando i partner, i quali non potevano più svalutare. E’ una vecchia politica per la Germania, teorizzata e perseguita dai governanti tedeschi già nell’immediato dopoguerra (quello che è stato definito, da uno dei più importanti storici economici tedeschi, come “mercantilismo monetario”, v. Cesaratto 2010A e B). V’è tuttavia da aggiungere che gli altri paesi membri dell’UME hanno deliberatamente accettato di entrare in una logica di deflazione competitiva allo scopo di importare la disciplina tedesca, hanno importato solo molte Mercedes.
    2. La moneta unica ha consentito ai paesi periferici un più facile accesso a consistenti flussi internazionali di credito a bassi tassi di interesse. Ciò ha generato una bolla immobiliare in particolare in Spagna, una espansione della spesa pubblica in altri paesi come la Grecia. Crescita drogata in questi paesi, non v’è dubbio – accentuata dalla sofferenza subita dal settore esportatore che soffriva di perdita di competitività. Crescita tale, tuttavia da far accrescere il differenziale di inflazione con la Germania. I colleghi, si parva licet, della Harvard-Bocconi ci rassicuravano tuttavia che era giusto che i paesi europei periferici si indebitassero per finanziare la crescita (v. Blanchard e Giavazzi 2002, ringrazio Emiliano Brancaccioper questo riferimento).

    E’ stata la Germania ad approfittare di questa crescita drogata potendo esportare massicciamente in tali mercati. Peraltro, in assenza di una crescita del proprio mercato interno, le esportazioni verso l’Europa periferica hanno permesso alla Germania solo di galleggiare, non di crescere.

    Doppio bonus per i tedeschi, dunque: più competitività di prezzo e accesso a mercati europei periferici in crescita. Il sistema finanziario tedesco anticipava capitali a questi paesi che li utilizzavano per importare prodotti tedeschi consentendo ai capitalisti germanici di realizzare i propri profitti (Kalecki, chi era costui?) Il debito degli uni cresceva e così il credito degli altri. Nei guai ora, naturalmente, sono ora sia i debitori che i creditori (e per il solito effetto domino, tutto il sistema finanziario globale), e in maniera assai seria, sennò non si spiega lo stanziamento di quasi un trilione di dollari deciso dall’UE (col concorso del FMI) al principio di maggio.

    Il presente

    La storia assomiglia drammaticamente a quelle a cui abbiamo assistito due decenni fa in Argentina: cambi fissi (lì sotto forma di currency board), perdita di competitività delle esportazioni, bolla dei consumi. In misura combinata i disavanzi interni, pubblico e privato, si sommano sì che nessuno dei due può, per così dire, soccorrere l’altro in caso di insolvenza. L’esistenza di un crescente disavanzo delle partite correnti è l’indicatore della possibile insolvenza dei due settori. Il pericolo di insolvenza è emerso in maniera drammatica per l’Argentina con la svalutazione del Real brasiliano alla fine degli anni novanta. La crisi di Dubai alla fine del 2009 (un’altra bolla immobiliare) e l’emergere (toh) degli artifici contabili hanno segnalato il pericolo di insolvenza della Grecia. Nel caso della Spagna lo scoppio della bolla immobiliare nel quadro della montante crisi globale ha segnalato il pericolo di insolvenza del settore privato spagnolo mentre le finanze pubbliche, sino ad allora considerate sane, hanno cominciato a peggiorare non potendo così più da fare da ciambella di salvataggio. La differenza fra il caso Argentino e quello della periferia europea è che l’Argentina possedeva ancora una propria moneta.

    È opinione condivisa che anche adottando misure ancor più restrittive la Grecia non ce la farà mai a riaggiustare il propri conti, dato anche il carattere punitivo dei prestiti concessi dall’Europa (il FMI è apparso un esempio di generosità al confronto). Dopo il default del 2001 l’Argentina ce la fece ripudiando parte del debito e dilazionando la restituzione del resto. I costi dell’aggiustamento interno furono compensati da una forte svalutazione che rilanciò le esportazioni. La Grecia non lo può fare. La Polonia è l’unico paese periferico a crescita positiva negli ultimi due anni avendo potuto svalutare massicciamente la propria moneta. Naturalmente svalutazioni competitive non sono la soluzione, ma attenzione, questo è quanto viene proposto nei fatti dall’UE (e dai colleghi della Harvard-Bocconi) attraverso un processo di deflazioni competitive. Queste ultime, tuttavia, determinano un crollo delle produzioni nazionali in un gioco a somma zero come nelle più classiche svalutazioni competitive, e un aumento del valore reale dei debiti (vedi l’articolo di Corsetti su lavoce.info) portando a un arrotolamento verso il basso il complesso delle economie europee.

    L’unico aspetto positivo della situazione attuale è che alla BCE è stato riassegnato un compito essenziale per una banca centrale, quello di sostenere la stabilizzazione del mercato dei titoli pubblici. E’ la fine, per ora, di quella sciagurata indipendenza insegnata sui libri di testo che solo nascondeva il ruolo di cane da guardia dell’inflazione, ovvero delle richieste salariali, in particolare quelle dei sindacati tedeschi.

    Il futuro

    Il menzionato pacchetto di aiuti finanziari mobilizzato da UME e FMI – con criteri poco trasparenti per servire la cocciuta volontà tedesca di non prefigurare un governo economico europeo – non va alla soluzione dei problemi sopra individuati, anzi prescrivendo restrizioni fiscali (che i tedeschi vorrebbero ancora più rigide) bloccherà ogni timido segnale di ripresa economica. Come opportunamente segnalato da Krugman (in polemica con Marco Pagano), i problemi europei non originano dall’esistenza di governi spendaccioni.

    In coerenza con queste linee di politica economica europea, il governo italiano ha annunciato un pacchetto di tagli alla spesa pubblica dell’ordine di qualche decina di miliardi di euro basato sul posticipo di alcune finestre pensionistiche, il mancato rinnovo dei contratti pubblici, qualche sforbiciata agli stipendi pubblici più elevati. E’ sull’evasione fiscale che si deve tuttavia agire.  Misure concrete dovrebbero essere subito varate, ripristinando ad esempio quelle introdotte da Visco. Questo terrebbe fuori il paese dalle turbolenze, in particolare da un aumento dello spread rispetto ai bund tedeschi.

    Si tratta poi di intraprendere una azione di politica internazionale, coordinata con Francia e Spagna, per mettere alle corde il governo tedesco. Non è sostenibile un’area valutaria comune con il paese centrale con un sistematico surplus commerciale. C’è una responsabilità storica tedesca in questo momento. Il progetto europeo, di un’Europa sociale, ecologica e in crescita può essere rilanciato, con un serio ritorno alle idee keynesiane. Al riguardo l’autocritica sinora effettuata dalla parte un più aperta degli economisti, come Stiglitz e Krugman, è stata insufficiente. I loro manuali si discostano in nulla nelle interpretazioni di fondo del funzionamento dell’economia dall’ala più conservatrice.

    In conclusione, in Europa si è ritenuto che il mercato, coadiuvato da una banca centrale “indipendente”, potesse sostituire lo Stato nel tener assieme nazioni assai diverse, politicamente ed economicamente. Una follia. Il mercato non lo sa e non lo può fare. Si tentato questo esperimento anche per ragioni stolte. Gli uni per togliersi dai piedi potenziali concorrenti e crearsi mercati nel giardino di casa; gli altri pensando di partecipare con chances di vittoria al gioco di chi è il più bravo monetarista. Un paese solo ha prevalso. Per un po’. Si può far di meglio.

    Riferimenti

    Blanchard, O. and Giavazzi F. (2002) ‘Current Account Deficits in the Euro Area: The End of the Feldstein-Horioka Puzzle?’, Brookings Paper on Economic Activity, 2: 147-209.

    Cesaratto, S. (2010A) Alle origini della crisi europea in corso: spunti critici a margine di due rapporti della Commissione, Quaderni del Dipartimento di Economia Politica, Università di Siena, n. 596.

    Cesaratto S. (2010B), Europe, German Mercantilism and the Current Crisis, Quaderni del Dipartimento di Economia Politica, Università di Siena, n. 595. In corso di pubblicazione in Brancaccio E., Fontana G. (a cura di), The Global Economic Crisis. New Perspectives on the Critique of Economic Theory and Policy, Routledge, London, 2011.

8 commenti

  • Giulio Zanella scrive:

    Sergio, c’e’ una cosa che si chiama il vincolo di bilancio. Se fai debiti in qualche modo li devi eliminare. E li puoi eliminare in tre modi:

    1. Ripagando i creditori
    2. Facendo marameo ai creditori, o con un default o inflazionando il debito.

    Non ci sono alternative.

    Tu e Krugman dite che siccome l’area Euro non e’ mai stata una buona idea la questione della disciplina fiscale e’ irrilevante perche’ c’e’ sempre l’opzione 2 (che non rende pero’ la questione irrilevante per i creditori che la prendono in saccoccia – inoltre non dovrebbe essere irrilevante nemmeno per i governi, che come una famiglia qualsiasi dovrebbero sapere che se fanno default o inflazionano sistematicamente avranno sempre piu’ difficolta’ a prendere a prestito).

    M. Pagano e altri (me incluso) pensano invece che al governo greco come a quelli italiano, spagnolo e portoghese non gliel’ha ordinato il medico di entrare nell’Euro. L’hanno fatto perche’ lo trovavano conveniente per le proprie economie. L’hanno fatto accettando una clausola che imponeva di portare il rapporto debito/PIL al 60%, proprio per evitare che scoppiassero casini come questo a cui stiamo assistendo. Perche’ hanno invece continuato a spendere e soprattutto si sono indebitati quando le cose andavano bene trovandosi cosi’ in mutande quando il vento ha girato?

    Le responsabilita’ sono politiche: governi che fanno debiti perche’ tanto qualcuno paghera’, Bruxelles che non li obbliga a rispettare i patti sottoscritti, Francoforte e Washington DC che permettono tassi d’interesse reali negativi per anni.

    Le responsabilita’ sono politiche anche secondo te e Krugman, perche’ quell’argomento implica che l’euro lo si e’ voluto fare per ragioni ideologiche, di strategia geopolitica o quant’altro.

    Gli economisti d’ogni razza e colore blaterano e in fondo fanno pochi danni. Chi fa danni sono quelli che hanno il potere di decidere.

  • Luigi Bosco scrive:

    Molto interessante il post di Sergio.
    A parte il caso di Robinson Crusoe (che peraltro noi economisti prendiamo molto seriamente) tutte le questioni che coinvolgono più di un individuo sono politiche e se le cose non funzionano le responsabilità sono sempre politiche sia per le decisioni prese che per quelle non prese.
    Altra cosa è chiedersi se le crisi che stanno squassando il pianeta da un paio d’anni a livello globale ma da decenni a livello locale debbano o meno portare gli economisti a ripensare criticamente il loro operato sia a livello positivo che normativo.
    Pensiamo alla questione della moneta unica. Confrontiamo due teorie.
    La prima suggeriva che l’Europa non fosse una area valutaria ottimale (diversità strutturali fra i paesi, scarsa mobilità del lavoro, inesistente politica fiscale comune), e che quindi difficilmente avesse retto o a shock asimmetrici o a forti shock simmetrici. E questo a causa di una serie infinità di fallimenti di mercato che rendevano impossibile l’aggiustamento istantaneo agli shocks.
    Una seconda teoria suggeriva che non erano i mercati ad essere imperfetti, ma i governi. Comprando seppur con grandi sacrifici la credibilità tedesca questa imperfezione si sarebbe magicamente risolta. Legando le mani ai governi tutto si sarebbe aggiustato. Fa niente se i mercati non si aggiustano automaticamente, fa niente se il lavoro non si sposta come negli USA, fa niente se non c’è una politica fiscale comune, occorre spuntare le armi ai governi imbelli.
    La seconda teoria ha vinto. E su questa teoria abbiamo costruito l’impalcatura istituzionale e finanziaria europea.
    Chiedersi se gli economisti si siano per caso sbagliati, mi pare che sia il minimo moralmente richiesto. La cosa buffa è che questo castello istituzionale non ha nemmeno determinato un efficace vincolo per l’operato dei governi, visto il ritardo, per non dire peggio, con cui i mercati e le agenzie di rating si accorgono degli squilibri.

  • Il dissidio è dunque tra una scuola di pensiero che ha sempre dubitato della fattibilità dell’Euro in quanto una moneta unica implica l’imposizione di una politica monetaria unica ad economie con esigenze e problemi diversi, e una diversa scuola che, fedele ad approccio grosso modo “monetarista”, pensava che, una volta garantita una politica monetaria rigida e rigide regole di bilancio, il mercato avrebbe corretto (magari dolorosamente) gli squilibri ma il sistema avrebbe retto.
    Ora che il sistema è sottoposto a forti tensioni, tutti dicono “avevo ragione”.
    Con buone ragioni Krugman rimprovera a Marco Pagano & C di non vedere l’enormità del problema del riallineamento dei prezzi tra i diversi paesi. Secondo me però Krugman e tutti gli economisti euroscettici (tra cui metterei Sergio) sottovalutano l’effetto che un’uscita dall’Euro avrebbe sul costo del debito pubblico in paesi come il nostro.
    L’Italia entrò nell’Euro essenzialmente per ridurre il costo del debito (riducendo l’effetto del rischio di cambio) e per avere un vincolo esterno che desse più forza alle prospettive di risanamento. In questo senso, parafrasando Giulio, direi che in un certo modo glie l’aveva ordinato il medico, nel senso che il risanamento del bilancio era probabilmente più un obiettivo che un prezzo da pagare.
    In ogni caso, sono convinto che le cose avrebbero potuto e potrebbero essere diverse perseguendo la “terza via” di una politica monetaria più morbida, che consentisse di riallineare i prezzi relativi tra paesi senza entrare in pericolose spirali deflattive.
    Ciò porterebbe ad un’ulteriore svalutazione dell’Euro? Qualcuno mi spieghi dov’è il problema, tanto più che nel 2002 l’Euro era a 0,9 sul dollaro…

  • Giulio Zanella scrive:
    Chiedersi se gli economisti si siano per caso sbagliati, mi pare che sia il minimo moralmente richiesto.

    Gigi, ma lo dici tu stesso che c’erano due teorie. Smettiamo almeno noi di considerare “gli economisti” come la setta monolitica e concorde di cui parla Voltrem… ohps! Tremonti.

  • Passino i giornali, ma trovo sorprendente che possa essere propagandata, anche da economisti, la tesi che gli attuali squilibri sono stati determinati da indisciplina nei bilanci pubblici. È infatti chiaro che anche gli attuali rilevanti deficit di bilancio sono l’effetto della recente crisi finanziaria, e sono determinati più da automatismi che da scelte discrezionali. A sostegno di quanto dico cito una fonte non sospetta, il FMI (Fiscal Monitor del 14/5/2010), che calcola che 2/3 della crescita nel rapporto debito/PIL (in media del 39% nel G-20) sono l’effetto della caduta del PIL, mentre gli stimoli fiscali di risposta alla crisi spiegano circa il 10% di tale crescita.
    Peraltro, se questo è vero, parlare di disciplina fiscale in un momento come questo è pura follia. L’unica spiegazione che so dare è che per alcuni la riduzione della spesa sociale sia il fine più che lo strumento della stabilizzazione.

  • Giulio Zanella scrive:
    A sostegno di quanto dico cito una fonte non sospetta, il FMI (Fiscal Monitor del 14/5/2010), che calcola che 2/3 della crescita nel rapporto debito/PIL (in media del 39% nel G-20) sono l’effetto della caduta del PIL

    si, i 2/3 della crescita, ma quale era il livello?!? in italia stiamo parlando del 110% prima della recessione. la crisi del debito pubblico viene perche’ se sei al 110% in tempi normali e con una recessione come questa arrivi al 120% gli investitori hanno paura che tu non sia in grado di ripagare e smettono di farti credito.

    certo, non e’ che puoi azzerare la spesa pubblica ora. si doveva ridurre in tempi normali. ma e’ chiaro che la responsabilita’ e’ politica. per l’italia e’ il frutto dei meravigliosi anni 80, con deficit/pil al 10% per anni e anni. questi non sono l’effetto di nessuna recessione, sono gli effetti della follia di chi governava allora (craxi) che guardacaso sono gli stessi che governano oggi (da li’ vengono sia berlusconi sia tremonti)

  • Sergio Cesaratto scrive:

    Rispondo ad alcuni commenti.
    1. Zanella ha ragione che le questioni sono politiche, infatti la nostra disciplina è da noi ancora chiamata economia politica e Nobel non volle una premio per l’economia, in quanto politica (la famiglia Nobel com’è noto disconosce il cosiddetto Nobel per l’economia, assegnato dalla Banca di S. e non dalla Acc.Reale di S.)
    2. Bosco e D’Antoni giustamente evidenziano che la scelta politica fu di imprtare la disciplina redesca pensando che poi ci avrebbe pensato il mercato a generare crescita.
    3. e in effetti ci ha pensato. Come amate esprimervi voi – utilizzando concetti di tecnica delle assicurazioni come se fossero nobili concetti economici – ha generato un moral hazard per cui i settori privati di Spagna, Irlanda e altri paesi (inclusi quelli che avevano ancorato le loro monete all’€, baltici ecc), SETTORI PRIVATI, ZANELLA, NON PUBBLICI, si sono indebitati con l’estero, pensando che l’€ assicurasse tutti e tutto, generando crescita dopata in quei paesi,. di cui si sono avvantaggiate le exp tedesche. Solo nel caso della Grecia si parla di debito pubblico, clientelare da parte di un governo amico della Merkel e dei conservatori europei.
    4. il disegno che bastava la disciplina per far crescere le economie era ovviamente folle , non naturalmente alla luce della teoria che Zanella condivide (ma che tutti insegnate, più o meno). Le bolle nella periferia hanno salvato, per una decina d’anni, la situazione. Ma, in questo ha ragione Giulio,il debito è debito, e prima o poi scoppia.
    5. Era meglio allora star fuori dall’euro? D’Antoni dice di no, abbiamo usufruito della riduzione dei tassi ma abbiamo perso l’opportunità di ridurre il debito sostiene.
    6. Di nuovo la risposta è politica. Se fossimo un paese serio, allora meglio star fuori, persino con quel debito. Si sarebbe cresciuti di più, con una banca centrale DIPENDENTE e cambi flessibili i tassi di interesse li avremmo decisi noi, così il costo del debito (che all’epoca era detenuto solo da italiani); ci sono i controlli sui mov di capitale; c’è la politica dei redditi per controllare l’inflazione; c’è la lotta all’evasione, alla Visco non alla Tremonti, e così via. Ma non mi si dica che un governo serio non poteva, e non possa ora, far nulla.
    7. Con l’attuale manovra concertata Europea PROCICLICA stiamo andando al suicidio (v. http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/il-suicidio-delleuropa/, ma leggete anche Munchau sul FT), meglio uscire? Mi convinco che ora potrebbe valere la pena cominciare a dire “io non ci sto”. Pensate che con il declino economico il paese migliori. Diventeremo sempre più mafia-land. Allora non è meglio proporre una scelta radicale al paese?
    8. Perchè in autunno non organizziamo una serie di incontri, aperti anche agli studenti, per discutere?

  • Mi limito ad una chiosa all’ultimo commento di Sergio.
    “Se fossimo un paese serio” mi pare un’affermazione che nega quanto dici poco sopra sull’economia come disciplina politica. Se prendiamo sul serio la dimensione politica (= la consideriamo una variabile, e lasciamo perdere considerazioni più o meno morali sulla “serietà”), allora non possiamo trascurare il ruolo che può essere giocato anche da vincoli esterni (leggi: commitment). Non sempre è meglio avere più strumenti.
    Mi fermo qui, perché altrimenti, con la mania di Sergio di iscrivermi ai vari club mainstream, rischio di ritrovarmi arruolato… tra le truppe monetariste.
    Peraltro, non ho detto che abbiamo perso l’opportunità di ridurre il debito, anche se non mi sembrerebbe un’affermazione peregrina. Anzi, non ho proprio espresso giudizi, mi limitavo a interpretare i fatti.

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