Ernesto Screpanti  

 


 

"Priegovi seguitate la vostra stella, e non ne lasciate andare un iota per cosa del mondo, perché io credo, credetti, e crederò sempre che sia vero quello che dice il Boccaccio: che gli è meglio fare e pentirsi che non fare e pentirsi”

 

(Machiavelli)

 


“Il benevolo lettore è pregato di tener presente che il nostro eroe è giovanissimo, affatto nuovo e privo di qualsiasi esperienza; tutto ciò non ci impedisce di provare un sentimento di pena quando ci vediamo costretti a riconoscere ch’egli aveva ancora la debolezza di indignarsi per le cose della politica”

 

(Stendhal)

 

 

(English version)

 

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PROFILO DELLA RICERCA


Gran parte delle mie esplorazioni scientifiche le ho svolte nell’ambito del programma di ricerca “ripensare il marxismo”, lavorando da una parte al tentativo di adeguare l’analisi marxista alla realtà del capitalismo contemporaneo, dall’altra a quello di liberare il marxismo da ogni residuo di metafisica hegeliana, etica kantiana e determinismo economico. Sul piano della scienza economica ho lavorato ad arricchire la teoria marxista tenendo conto dei migliori risultati della ricerca recente, specialmente quella d’impostazione postkeynesiana e neoistituzionalista. Sul piano dell’indagine metodologica ha proposto una lettura ermeneutica della filosofia della prassi.
Nell’analisi della struttura del capitalismo ho elaborato una teoria generale per la quale l’istituzione fondamentale del modo di produzione capitalistico non è la proprietà privata dei mezzi di produzione, bensì il contratto di lavoro, inteso come istituzione che genera il rapporto d’autorità con cui il capitalista sottomette e sfrutta il lavoratore. Lo sfruttamento è spiegato non come il risultato di un processo di mercato che spinge il salario alla sussistenza, ma come conseguenza della sussunzione reale del lavoro nel processo produttivo capitalistico. La sussunzione del lavoro è assicurata dal contratto di lavoro, ma la stabilità del modo capitalistico di produzione richiede l’operare di un sistema di istituzioni che regolano tutti gli aspetti dei processi sociali. La riproduzione del modo di produzione non si dà solo nella società civile, ma si attua attraverso complesse interazioni tra le sfere economica, politica e ideologica. In tale visione la “sovrastruttura” contribuisce in modo essenziale a determinare la “struttura” del sistema. Esiste una varietà di sistemi istituzionali. Il capitalismo può assumere diverse forme, tutte accomunate da quella istituzione fondamentale, ma che si distinguono in relazione ai modi in cui sono combinati diversi regimi di proprietà e diverse strutture di governo dell’accumulazione. Ne emerge una classificazione che permette di definire con rigore alcune forme verificatesi storicamente: capitalismo classico, capitalismo corporativo orientato al mercato, capitalismo corporativo orientato alla banca, capitalismo di stato centralizzato e capitalismo di stato decentralizzato.
Nell’analisi dinamica, ho criticato le cosiddette “leggi di movimento dell’accumulazione capitalistica”, sia per le implicazioni di filosofia deterministica della storia che hanno in Marx sia per i limiti analitici di alcune assunzioni su cui sono fondate. Ho proposto una visione dell’accumulazione come di un processo evolutivo di tipo ciclico che accoppia fattori di periodicità lunga e breve. La dinamica della lotta di classe fondamentale marca la formazione di cicli lunghi dello sviluppo in cui periodi di intensa accumulazione sono chiusi da ondate di conflittualità sociale acuta e seguiti da lunghi periodi di ristagno. All’interno di ogni onda lunga si svolgono cicli economici più brevi determinati dal conflitto distributivo. Le recessioni assumono la forma di crisi di domanda effettiva e, generando disoccupazione, creano le condizioni distributive per la successiva ripresa. La dinamica della disoccupazione, che assume caratteristiche di isteresi in relazione al movimento dei salari d’efficienza, svolge una cruciale funzione disciplinare modulando la paura di perdere il posto di lavoro e quindi il grado di militanza da cui dipende la forza contrattuale operaia. Il sistema finanziario funziona in modo da esasperare la ciclicità. Da una parte facilita e accentua le fasi di boom in virtù dell’endogenità dell’offerta di moneta e dell’innovazione finanziaria. Dall’altra approfondisce le crisi in virtù del carattere autorealizzante delle aspettative speculative e dei processi di contrazione monetaria scatenati dalla deflazione del debito.
Nell’analisi più concreta del capitalismo globalizzato contemporaneo, ho elaborato il concetto di “imperialismo globale”, il quale definisce un sistema di governo mondiale dell’accumulazione che non può essere compreso sulla base delle teorie tradizionali dell’imperialismo, dell’ultraimperialismo o del superimperialismo. I contrasti tra i vari stati esistono indubbiamente, ma non generano contraddizioni interimperialistiche insanabili. Piuttosto, sulla base di un interesse comune del capitale globalizzato, i paesi del Nord del mondo tendono ad agire di concerto per assicurare lo sfruttamento e la sottomissione dei paesi del Sud. La contraddizione imperialistica fondamentale è quella tra metropoli e periferia dell’imperialismo globale. Non esiste un centro imperiale dominante, piuttosto esiste una pluralità di soggetti nazionali e internazionali, governativi e non governativi, pubblici e privati che contribuiscono alla determinazione del governo dell’accumulazione su scala mondiale cooperando competitivamente. Così i meccanismi disciplinari che regolano l’estrazione globale di plusvalore risultano essere complessi e “organici”, passando attraverso l’operare dei mercati della finanza e delle merci, del terrore bellico e dell’egemonia ideologica.
Per la teoria del comunismo ho proposto una rilettura del pensiero di Marx ed Engels come teorici libertari dei movimenti rivoluzionari. La libertà è definita come reale capacità di scelta dei soggetti individuali. In un approccio che si richiama a Gramsci, ma che è arricchito con l’apporto della teoria contemporanea della libertà di scelta, la libertà è vista come una grandezza determinabile nei termini degli insiemi d’opportunità a disposizione degli individui. Nel capitalismo la libertà di scelta è distribuita in modo fortemente diseguale, essendo pressoché nulla quella di cui godono i lavoratori nel processo produttivo e massima quella di cui godono i capitalisti; bassissima quella di cui godono gli strati sociali poveri nella sfera del consumo e alta quella di cui godono le classi privilegiate. Il comunismo è visto come un processo conflittuale di trasformazione storica che vede le classi oppresse e sfruttate lottare per la redistribuzione della libertà. Espansione dei diritti civili, sociali e politici, crescita dello stato sociale, imposizione progressiva, riduzione dell’orario lavorativo, aumenti dei salari, sono tutti aspetti dei processi di redistribuzione della libertà attivati dalle lotte sociali. Nella sfera produttiva l’espansione della libertà delle classi lavoratrici può essere assicurata dall’autogestione e dalla cooperazione operaia nell’ambito di processi di mercato regolati da uno stato realmente democratico. La dimensione politica della trasformazione comunista è essenziale in quanto solo lo stato può svolgere efficacemente quelle fondamentali funzioni di costruzione istituzionale, regolazione macroeconomica, indirizzo industriale, controllo ambientale e produzione di beni sociali che rendono possibile lo sviluppo della cooperazione e la redistribuzione egualitaria della libertà. Uno stato comunista tende ad “estinguersi” non in quanto si trasforma tecnocraticamente e burocraticamente in proprietario e amministratore delle cose, bensì costituendosi come istanza radicalmente democratica delle volontà popolari, cioè rendendo effettivamente controllabili e revocabili i delegati popolari ed eliminando la classe politica come ceto di specialisti preposto alla gestione del potere.