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PROFILO DELLA RICERCA
Gran parte delle mie esplorazioni scientifiche le ho svolte
nell’ambito del programma di ricerca “ripensare
il marxismo”, lavorando da una parte al tentativo di adeguare
l’analisi marxista alla realtà del capitalismo
contemporaneo, dall’altra a quello di liberare il marxismo
da ogni residuo di metafisica hegeliana, etica kantiana e determinismo
economico. Sul piano della scienza economica ho lavorato ad
arricchire la teoria marxista tenendo conto dei migliori risultati
della ricerca recente, specialmente quella d’impostazione
postkeynesiana e neoistituzionalista. Sul piano dell’indagine
metodologica ha proposto una lettura ermeneutica della filosofia
della prassi.
Nell’analisi della struttura del capitalismo ho elaborato
una teoria generale per la quale l’istituzione fondamentale
del modo di produzione capitalistico non è la proprietà
privata dei mezzi di produzione, bensì il contratto di
lavoro, inteso come istituzione che genera il rapporto d’autorità
con cui il capitalista sottomette e sfrutta il lavoratore. Lo
sfruttamento è spiegato non come il risultato di un processo
di mercato che spinge il salario alla sussistenza, ma come conseguenza
della sussunzione reale del lavoro nel processo produttivo capitalistico.
La sussunzione del lavoro è assicurata dal contratto
di lavoro, ma la stabilità del modo capitalistico di
produzione richiede l’operare di un sistema di istituzioni
che regolano tutti gli aspetti dei processi sociali. La riproduzione
del modo di produzione non si dà solo nella società
civile, ma si attua attraverso complesse interazioni tra le
sfere economica, politica e ideologica. In tale visione la “sovrastruttura”
contribuisce in modo essenziale a determinare la “struttura”
del sistema. Esiste una varietà di sistemi istituzionali.
Il capitalismo può assumere diverse forme, tutte accomunate
da quella istituzione fondamentale, ma che si distinguono in
relazione ai modi in cui sono combinati diversi regimi di proprietà
e diverse strutture di governo dell’accumulazione. Ne
emerge una classificazione che permette di definire con rigore
alcune forme verificatesi storicamente: capitalismo classico,
capitalismo corporativo orientato al mercato, capitalismo corporativo
orientato alla banca, capitalismo di stato centralizzato e capitalismo
di stato decentralizzato.
Nell’analisi dinamica, ho criticato le cosiddette “leggi
di movimento dell’accumulazione capitalistica”,
sia per le implicazioni di filosofia deterministica della storia
che hanno in Marx sia per i limiti analitici di alcune assunzioni
su cui sono fondate. Ho proposto una visione dell’accumulazione
come di un processo evolutivo di tipo ciclico che accoppia fattori
di periodicità lunga e breve. La dinamica della lotta
di classe fondamentale marca la formazione di cicli lunghi dello
sviluppo in cui periodi di intensa accumulazione sono chiusi
da ondate di conflittualità sociale acuta e seguiti da
lunghi periodi di ristagno. All’interno di ogni onda lunga
si svolgono cicli economici più brevi determinati dal
conflitto distributivo. Le recessioni assumono la forma di crisi
di domanda effettiva e, generando disoccupazione, creano le
condizioni distributive per la successiva ripresa. La dinamica
della disoccupazione, che assume caratteristiche di isteresi
in relazione al movimento dei salari d’efficienza, svolge
una cruciale funzione disciplinare modulando la paura di perdere
il posto di lavoro e quindi il grado di militanza da cui dipende
la forza contrattuale operaia. Il sistema finanziario funziona
in modo da esasperare la ciclicità. Da una parte facilita
e accentua le fasi di boom in virtù dell’endogenità
dell’offerta di moneta e dell’innovazione finanziaria.
Dall’altra approfondisce le crisi in virtù del
carattere autorealizzante delle aspettative speculative e dei
processi di contrazione monetaria scatenati dalla deflazione
del debito.
Nell’analisi più concreta del capitalismo globalizzato
contemporaneo, ho elaborato il concetto di “imperialismo
globale”, il quale definisce un sistema di governo mondiale
dell’accumulazione che non può essere compreso
sulla base delle teorie tradizionali dell’imperialismo,
dell’ultraimperialismo o del superimperialismo. I contrasti
tra i vari stati esistono indubbiamente, ma non generano contraddizioni
interimperialistiche insanabili. Piuttosto, sulla base di un
interesse comune del capitale globalizzato, i paesi del Nord
del mondo tendono ad agire di concerto per assicurare lo sfruttamento
e la sottomissione dei paesi del Sud. La contraddizione imperialistica
fondamentale è quella tra metropoli e periferia dell’imperialismo
globale. Non esiste un centro imperiale dominante, piuttosto
esiste una pluralità di soggetti nazionali e internazionali,
governativi e non governativi, pubblici e privati che contribuiscono
alla determinazione del governo dell’accumulazione su
scala mondiale cooperando competitivamente. Così i meccanismi
disciplinari che regolano l’estrazione globale di plusvalore
risultano essere complessi e “organici”, passando
attraverso l’operare dei mercati della finanza e delle
merci, del terrore bellico e dell’egemonia ideologica.
Per la teoria del comunismo ho proposto una rilettura del pensiero
di Marx ed Engels come teorici libertari dei movimenti rivoluzionari.
La libertà è definita come reale capacità
di scelta dei soggetti individuali. In un approccio che si richiama
a Gramsci, ma che è arricchito con l’apporto della
teoria contemporanea della libertà di scelta, la libertà
è vista come una grandezza determinabile nei termini
degli insiemi d’opportunità a disposizione degli
individui. Nel capitalismo la libertà di scelta è
distribuita in modo fortemente diseguale, essendo pressoché
nulla quella di cui godono i lavoratori nel processo produttivo
e massima quella di cui godono i capitalisti; bassissima quella
di cui godono gli strati sociali poveri nella sfera del consumo
e alta quella di cui godono le classi privilegiate. Il comunismo
è visto come un processo conflittuale di trasformazione
storica che vede le classi oppresse e sfruttate lottare per
la redistribuzione della libertà. Espansione dei diritti
civili, sociali e politici, crescita dello stato sociale, imposizione
progressiva, riduzione dell’orario lavorativo, aumenti
dei salari, sono tutti aspetti dei processi di redistribuzione
della libertà attivati dalle lotte sociali. Nella sfera
produttiva l’espansione della libertà delle classi
lavoratrici può essere assicurata dall’autogestione
e dalla cooperazione operaia nell’ambito di processi di
mercato regolati da uno stato realmente democratico. La dimensione
politica della trasformazione comunista è essenziale
in quanto solo lo stato può svolgere efficacemente quelle
fondamentali funzioni di costruzione istituzionale, regolazione
macroeconomica, indirizzo industriale, controllo ambientale
e produzione di beni sociali che rendono possibile lo sviluppo
della cooperazione e la redistribuzione egualitaria della libertà.
Uno stato comunista tende ad “estinguersi” non in
quanto si trasforma tecnocraticamente e burocraticamente in
proprietario e amministratore delle cose, bensì costituendosi
come istanza radicalmente democratica delle volontà popolari,
cioè rendendo effettivamente controllabili e revocabili
i delegati popolari ed eliminando la classe politica come ceto
di specialisti preposto alla gestione del potere.
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